martedì 29 marzo 2011

a proposito di politica e di Hikmet

In un momento molto particolare riprendo in mano Hikmet. Poverino, non aveva un rapporto facile con la politica, ma con i versi non se la cavava poi così male.


AUTOBIOGRAFIA (1962)
Sono nato nel 1902
non sono più tornato
nella città natale
non amo i ritorni indietro
quando avevo tre anni
abitavo Alep
con mio nonno pascià
a 19 anni studiavo a Mosca
all'università comunista
a 49 ero a Mosca di nuovo
ospite del comitato centrale
del partito comunista
e dall'età di 14 anni
faccio il poeta
alcuni conoscono bene le varie specie
delle piante altri quelle dei pesci
io conosco le separazioni
alcuni enumerano a memoria i nomi
delle stelle io delle nostalgie
ho dormito in prigioni e anche in alberghi di lusso
ho sofferto la fame compreso lo sciopero della fame
e non c'è quasi pietanza
che non abbia assaggiata
quando avevo trent'anni hanno chiesto
la mia impiccagione
a 48 mi hanno proposto
per la medaglia della Pace
e me l'hanno data
a 36 ho traversato in sei mesi
i quattro metri quadrati
di cemento
della segregazione cellulare
a 59 sono volato
da Praga all'Avana
in diciotto ore
ero di guardia davanti alla bara di Lenin nel '24
e il mausoleo che visito sono i suoi libri
hanno provato a strapparmi dal mio Partito
e non ci sono riusciti
e non sono rimasto schiacciato
sotto gl'idoli crollati
nel 51 con un giovane compagno
ho camminato verso la morte
nel 52 col cuore spaccato ho atteso la morte
per quattro mesi sdraiato sul dorso
sono stato pazzamente geloso delle donne ch'ho amato
non ho invidiato nemmeno Charlot
ho ingannato le mie donne
non ho sparlato degli amici
dietro le loro spalle
ho bevuto ma non sono stato un bevitore
ho sempre guadagnato il mio pane
col sudore della mia fronte
che felicità
mi sono vergognato per gli altri e ho mentito
ho mentito per non far pena agli altri
ma ho anche mentito
senza nessun motivo
ho viaggiato in treno in areoplano in macchina
i più non possono farlo
sono stato all'Opera
i più non ci vanno non sanno
nemmeno che cosa sia
e dal '21 non sono entrato
in certi luoghi frequentati dai più
la moschea la sinagoga la chiesa
il tempio i maghi le fattucchiere
ma mi è capitato
di far leggere la mia sorte
nei fondi di caffè
le mie poesie sono pubblicate
in trenta o quaranta lingue
ma nella mia Turchia
nella mia lingua turca
sono proibite
il cancro non l'ho ancora avuto
non è necessario che l'abbia
non sarò primo ministro
d'altronde non ne ho voglia
anche non ho fatto la guerra
non sono sceso nei ricoveri
nel mezzo della notte
non ho camminato per le vie
sotto gli aerei in picchiata
ma verso i sessant'anni mi sono innamorato
in una parola compagni
anche se oggi a Berlino sono sul punto
di crepare di tristezza
posso dire di aver vissuto
da uomo
e quanto vivrò ancora
e quanto vedrò ancora
chi sa.

presto al via la campagna elettorale per le elezioni amministrative 2011

La campagna elettorale non è ancora iniziata (ufficialmente), ma molte cose stanno succedendo in queste ultime settimane. Vedo persone che hanno voglia di dare un contributo alla nostra bella città. Sento la loro energia e il loro entusiasmo, assieme al mio  e non vedo l'ora di vedere il risultato di questo nostro lavoro.

domenica 27 marzo 2011

Because of these eleven minutes...

Tratto da Undici minuti di Paulo Coelho:

The men she had met since she arrived in Geneva always did everything they could to appear confident, as if they were in perfect control of the world and of their own lives; Maria, however, could see in their eyes that they were afraid of their wife, the feeling of panic that they might not be able to get an erection, that they might not seem manly enough even to the ordinary prostitute whom they were paying for her services. If they went to a shop and didn’t like the shoes they had bought, they would be quite prepared to go back, receipt in hand, and demand a refund. And yet, even though they were paying for some female company, if they didn’t manage to get an erection, they would be too ashamed ever to go back to the same club again because they would assume that all the other women there would know.
‘I’m the one who should feel ashamed for being unable to arouse them, but, no, they always blame themselves.’
To avoid such embarrassments, Maria always tried to put men at their ease, and if someone seemed drunker or more fragile than usual, she would avoid full sex and concentrate instead on caresses and masturbation, which always seemed to please them immensely, absurd though this might seem, since they could perfectly well masturbate on their own.
She had to make sure that they didn’t feel ashamed. These men, so powerful and arrogant at work, constantly having to deal with employees, customers, suppliers, prejudices, secrets, posturings, hypocrisy, fear and oppression, ended their day in a nightclub and they didn’t mind spending three hundred and fifty Swiss francs to stop being themselves for a night.

‘For a night? Now come on, Maria, you’re exaggerating. It’s really only forty-five minutes, and if you allow time for taking off clothes, making some phoney gesture of affection, having a bit of banal conversation and getting dressed again, the amount of time spent actually having sex is about eleven minutes.’
Eleven minutes. The world revolved around something that only took eleven minutes.

And because of those eleven minutes in any one twenty-four-hour day (assuming that they all made love to their wives every day, which is patently absurd and a complete lie) they got married, supported a family, put up with screaming kids, thought up ridiculous excuses to justify getting home late, ogled dozens, if not hundreds of other women with whom they would like to go for a walk around Lake Geneva, bought expensive clothes for themselves and even more expensive clothes for their wives, paid prostitutes to try to give them what they were missing, and thus sustained a vast industry of cosmetics, diet foods, exercise, pornography and power, and yet when they got together with other men, contrary to popular belief, they never talked about women. They talked about jobs, money and sport.
Something was very wrong with civilisation, and it wasn’t the destruction of the Amazon rainforest or the ozone layer, the death of the panda, cigarettes, carcinogenic foodstuffs or prison conditions, as the newspapers would have it.
It was precisely the thing she was working with: sex.

lunedì 21 marzo 2011

brutti scherzi ormonali a primavera...

Maledetti  brutti scherzi ormonali della primavera!
Quando vai a vedere film come Street dance, rischi solo di peggiorare ulteriormente la situazione...
Buona primavera a tutti!!

mercoledì 16 marzo 2011

Riiflessione sulle donne e il risorgimento di Patrizia Caporossi

Per il 150° dell’Unità d’Italia e per far sì che le celebrazioni non siano vuote e formali, bisogna dar seguito, come bene sottolinea il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a riflessioni storiografiche capaci di far rivivere il senso della storia italiana, tenendo conto delle persone in carne e ossa, del loro vissuto, soprattutto quando, come nel caso della partecipazione femminile, è rimasto come silente. La storia degli uomini e delle donne, spesso, è (stata) rinchiusa all’interno di eventi dominanti, presi come tratto oggettivo di tutta un’epoca. In realtà, l’approccio storico non è mai oggettivo di per sé, ma ovviamente esprime uno sguardo e indica una prospettiva. Il criterio per prendere atto dell’intervento delle donne è provocatoriamente proprio quello della soggettività, nel senso di s-coprirne la portata specifica, perché, come nel caso del Risorgimento italiano, è impossibile non registrarne la presenza, così fitta e anche socialmente trasversale: dalle intellettuali alle popolane, dalle borghesi alle operaie, dalle aristocratiche alle contadine. Ma in che modo? Appiattita sullo sfondo o archiviata come eccezione? Evidenzia la studiosa Gianna Pomata che la storia delle donne è, da una parte, una storia di confine e non solo in quanto spesso emarginata dalla storiografia ufficiale, ma, soprattutto, perché, così posizionata, permette paradossalmente una maggiore e profonda visibilità e, dall’altra parte, risulta essere una storia carsica che trova forme proprie, tutte da s-covare, senza farne mai, però, in modo riduttivo, una semplice storia particolare, ridotta magari a marginalità o chiusa e incorniciata in ritagli e medaglioni e, di fatto, contrapposta alla cosiddetta storia generale. Non si tratta, però, di rivendicarne la semplice registrazione come un’aggiunta, ma di coglierne la specificità, proprio per questo suo carattere carsico e di confine, offre la possibilità di mostrare ciò che è sottaciuto e di entrare così in ogni piano storico: da quello sociale a quello economico, al piano politico. Ora, questa lettura della storia è stata resa possibile nella contemporaneità, anche grazie ai Women’s studies, quale uno degli esiti più fecondi del Movimento delle Donne del 900. Nel senso che, quando un tale soggetto politico entra nella storia, si apre un mondo e, rendendo possibile la visibilità del corpo femminile, apre scenari e nuove geografie, rinnovando le stesse modalità della ricerca storica, attraverso, per esempio, l’uso di altre e/o nuove fonti, dai diari alle lettere, al vestiario. Da tale risorgenza soggettiva, scrive la storica Anna Rossi-Doria, si può delineare con chiarezza, in senso politico, la parabola di un lungo risorgimento delle donne: dal settembre 1791 al giugno 1946. E’ una datazione ben precisa che segna di sé la stessa modernità occidentale, espressa con la nozione privato/pubblico: dalla Dichiarazione del Diritti della Donna e della Cittadina di Olympe de Gouges al voto delle donne italiane. Il Risorgimento segna in Italia così quel passaggio e quel nodo politico, formativo dell’habitus nazionale, di cui poi la Resistenza al Nazifascismo esprimerà una nuova risorgenza costitutiva in tutti i sensi. Per questo le azioni, gli atti, le prese di posizione assumono un grande valore simbolico proprio sulla linea della modernità costituente. Dai cahiers de doleances ai salotti, ai circoli femminili e ai Comitati pro voto: una storia fitta che dilaga come una piena imprevista. L’invisibilità ufficiale è proprio nel non riconoscimento, delineando tutt’al più stereotipi (dalle filantrope alle artiste) che fanno scomparire, di fatto, nei documenti scritti, l’agire femminile. Il percorso emancipazionista (prima di sfociare nel processo di liberazione del secondo 900) passa attraverso le carbonare (dette “le giardiniere”), le mazziniane, le garibaldine attraverso azioni individuali, spesso quest’ultime accanto alle imprese degli eroi, ma anche attraverso azioni collettive, più proprie e autonome (dai comitati ai battaglioni femminili, alle scuole di mutuo soccorso). Una divisione dei ruoli, spesso riperpetuata come naturale, che mostra, però, la condizione storica della donna: dal diritto di famiglia patriarcale, ribadito dal Codice napoleonico (bisognerà in Italia aspettare il 1975 per il nuovo diritto di famiglia) a una certa mistica della femminilità, essenzialmente di servizio, come poi Mussolini riprenderà con le sue famose tre “M”: Moglie Madre Massaia. In realtà, la rottura si compie e da quel crinale le donne non solo emergono e si mostrano nella modernità, ma la segnano con la propria coscienza di sé, avviandone il cammino e lanciando così un testimone che arriva fino ai giorni nostri rispetto proprio alla dignità della donna in quanto persona. Da qui si può, allora, (ri)avviare la narrazione storica con nomi e cognomi.

Patrizia Caporossi
Filosofa e Storica delle Donne
Docente al Liceo “Rinaldini”

lunedì 14 marzo 2011

scriverti una lettera... che impresa!

Per l'ennesima volta tento di scriverti una lettera che probabilmente rimarrà sul mio cassetto, aggiornata di qualche frase, ma incompleta
Ma come si fa a scriverti, senza risultare troppo banale? Ho paura che ogni parola sarebbe superflua... Tu  che ti nutri dei versi di Baudelaire o di Leopardi, riusciresti a reggere il peso delle mie parole "innocenti"?

domenica 13 marzo 2011

prima di tutto donna

Questo è il tema da cui bisogna ripartire: prima di tutto Donna. Prima di essere compagne, manager, mogli, siamo profondamente donne.
Su questo tema mi piacerebbe avere le vostre opinioni. 

Nel suo blog Loredana Zanardo ci chiede di esprimere un opinione sulla questione.

Io ho risposto:
Prima di tutto donna, poi tutto il resto. Innanzittuto mi chiedo: ci è stato mai insegnato ad essere donne? Siamo consapevoli del nostro essere donna? Per secoli sono stati in parte gli uomini a definire i limiti del nostro essere donna. Oggi stiamo imparando a vivere oltre quei limiti. Personalmente ce la sto mettendo tutta: voglio essere donna nella mia autenticità, ma molto spesso sono prima partner, insegnante, lavoratrice… e spesso questi ruoli entrano in conflitto con ciò che sono o ciò che vorrei essere. Ma ce la sto mettendo tutta. Davvero.






Ora lo chiedo a voi: cosa significa essere prima di tutto donna? Ci riuscite?

domenica 6 marzo 2011

Alemanno: violenze sulle donne? colpa del femminismo

 (fonte www.stopcensura.com)



Alemanno
I problemi della violenze sessuali sono nati “quando il radical-progressismo ha imposto la logica materialista ed edonista della nostra societa’ stradicando i valori tradizionali” .  “Se c’e’ un problema di violenze sessuali nel nostro Paese questo dipende dalla cultura edonista e consumista che ha presentato la realta’ di sesso e amore come una merce da consumare. E noi che crediamo nei valori della famiglia e nel rispetto della persona umana dobbiamo contestare questa cultura nata quando si sono stradicati i valori tradizionali della nostra società”.

attività domestiche (cazzi miei e di Freddy)

Domenica: tempo di pulizie e di altre interessanti attività domestiche, tra cui un bellissimo mucchio di panni che ho appena finito di stirare...

E chi può venirmi in mente, se non il mitico Freddy in un video clip parodia della soap opera inglese "Coronation Street".... Enjoy it!!


e .. buone pulizie. :-)

mercoledì 2 marzo 2011

Never let me go " a meditative, delicate film..."

How do you live with the knowledge that you are not considered a human being but simply a consumer resource? Never Let Me Go uin film da vedere... ecco una recensione

BY ROGER EBERT / September 22, 2010



In my will, I have left to the next generation such parts of my poor body that it can salvage. That is the Golden Rule. I suppose if you take it literally, you would accept life as a Donor in "Never Let Me Go," because after all, that is the purpose for which you were born. In the film, there is a society within the larger one consisting of children who were created in a laboratory to be Donors. They have no parents in the sense we use the term. I'm not even sure they can be parents. They exist to grow hearts, kidneys, livers and other useful items, and then, sadly, to die after too much has been cut away.
When I read Kazuo Ishiguro's novel, the Donors' purpose was left murky until midway through the book. In the film, it's clear to us but not, up to a certain point, to the children. They live within a closed world whose value system takes pride in how often and successfully they have donated. They accept this. It is all they have ever known. One of the most dangerous concepts of human society is that children believe what they are told. Those who grow out of that become adults, a status not always achieved by their parents.

We meet three Donor children, first when young and then later. They are Kathy, Tommy and Ruth, played in their 20s by Carey Mulligan, Andrew Garfield and Keira Knightley. They were raised at Hailsham, a progressive boarding school for Donors: progressive in the sense that it's an experiment based on the possibility that these test-tube babies are real human beings. Well, of course they are, we think. But it doesn't suit the convenience of the larger society to think of them in that way. If you are about to get someone's heart, don't you tend to objectify the source? You should. If you get my heart, I don't want you moping around about me. It's your heart. You pay the bills.

The teachers at Hailsham aren't precisely progressives in the John Dewey tradition, but the school is the last one that still encourages the children at all. The society wants these Donors for one purpose and doesn't want to waste resources on them for any other. If you can walk through this plot without tripping over parallels to our own society and educational systems, you're more sure-footed than I.

The director, Mark Romanek, wisely follows Ishiguro in burying any meanings well within a human story. The film is about Kathy, Tommy and Ruth and their world, and not some sort of parable like 1984. Essentially it asks, how do you live with the knowledge that you are not considered a human being but simply a consumer resource? Many hourly workers at big box stores must sometimes ponder this question.

"Never Let Me Go" would have made a serious error in ramping up contrived melodrama toward some sort of science-fiction showdown. This is a movie about empathy. About how Ruth realizes Kathy and Tommy were naturally in love with each other as adolescents, and how she selfishly upset that process. About how now, when it may be too late, she wants to make amends. About the old rumor at Hailsham that if two Donors should fall deeply in love they might qualify for some sort of reprieve — short-term, to be sure. But if their masters can believe they can love, they would have to believe they are human. Two of the requirements for a being with a soul in Thomist philosophy are free will, and the ability to love. Donors qualify for both.

This is such a meditative, delicate film. I heard some snuffling about me in the darkness. These poor people are innocent. They have the same hopes everyone has. It is so touching that they gladly give their organs to humankind. Greater love hath no man, than he who gives me his kidney, especially his second one.

This is a good movie, from a masterful novel. "The Remains of the Day," also inspired by an Ishiguro novel, was similar: What is happening is implied, not spelled out. We are required to observe. Even the events themselves are amenable to different interpretations. The characters may not know what they're revealing about themselves. They certainly don't know the whole truth of their existence. We do, because we are free humans. It is sometimes not easy to extend such stature to those we value because they support our comfort.