domenica 30 gennaio 2011

Donne a pezzi: le italiane secondo alcuni italiani?

 Dal sito della Casa Internazionale delle donne di Trieste:


Donne a pezzi: le italiane secondo alcuni italiani?
Il Consorzio “Vera pelle italiana conciata al vegetale”, basato in Toscana, con lo scopo, si presume, di far conoscere un prodotto artigiano nazionale di alto livello, ha commissionato al signor Toscani un calendario corredato da fotografie in primo piano di 12 pubi femminili, di donne o di ragazzine: nient’altro che pelle e pelo, anzi, come scrive Toscani stesso nella presentazione del calendario su Internet, 12 “magnifiche tarte au poil” (torte al pelo). Il calendario è stato presentato alla Stazione Leopolda a Firenze, il 13 gennaio, in un
“evento” su "La forza della natura. Incontro sulla femmina", organizzato dal Consorzio in collaborazione con Rolling Stone Magazine e Pitti Immagine, con ospiti d’onore quali Crepet, Sgarbi e Ripa di Meana. Lo Spazio Alcatraz, dove si svolgeva il tutto, era stato allestito per l'occasione con 12 pezzi di pelle attaccati a dei ganci, tra le colonne della sala, per rendere ancora più esplicita l’associazione tra pelle di donne e pelle conciata degli animali.
Che dire che non sia già contenuto nelle immagini, nelle parole degli ideatori, autori e promotori di questa iniziativa? Che ridurre le donne esclusivamente a corpo, e ancor più a pezzi di corpo, le rende oggetti, le
umilia, ci umilia, profondamente? Che questi pezzi di donna, questi pubi senza corpo, ci ricordano fin troppo bene le donne, migliaia, milioni in tutto il mondo, e nella stessa Firenze, uccise e fatte a pezzi da serial killer, ma anche da amici, amanti, mariti o ex-mariti? Che ci mettiamo nel corpo, nella testa e nel cuore di quella ragazza che arriva magari per un colloquio di assunzione, e si trova, nell’ufficio del potenziale datore di lavoro, appeso alla parete o nel formato da scrivania (ebbene sì: ci sono due formati) questo bel calendario, con il
pube del mese sbattuto in primo piano? Per quanto preparata, baldanzosa e sicura di sé possa arrivare all’appuntamento, questo approccio non la mette forse al “suo” posto, quel posto subordinato che la società italiana le ha assegnato, e che le viene ricordato continuamente, con parole e immagini, appena osa alzare la testa?
Quanto piacerebbe a un uomo, che deve incontrare una donna a cui è gerarchicamente subordinato (la capo-reparto, la dirigente, l’insegnante) trovarsi faccia a faccia con il suo pene, i suoi testicoli, il suoi peli? Ma né il Consorzio né Toscani hanno pensato a un calendario che sbattesse i pubi maschili in primo piano, perché esporre, e buttare in faccia anche a chi non le vuole vedere, le parti intime di qualcuno è qualcosa che si fa con chi è subordinato, non certo con chi è dominante. Né è facilmente immaginabile la situazione di un
uomo aspirante a un lavoro, di fronte a una dirigente che ha sulla scrivania tale calendario. Non solo perché (speriamo) una donna avrebbe la consapevolezza di quanto tale scelta sia, come minimo, inopportuna: ma perché in Italia le donne ai vertici, nel mondo dell’industria, dei media e della politica sono pochissime, e queste vergognose assenze fanno sì che l’Italia  sia quasi ultima in Europa per quanto riguarda il Gender Gap quell'indicatore internazionale che misura la disuguaglianza tra uomini e donne in un determinato paese.
Se le immagini di questo calendario non bastassero, le parole che lo presentano ribadiscono l’idea che della donna hanno i promotori dell’iniziativa: che, per l’appunto, come dice il titolo del seminario (Incontro sulla femmina), non è “donna” ma è “femmina”, un concetto che rimanda deliberatamente all’animalità; e che lungi dall’essere soggetto è oggetto, anzi è “prodotto”. Toscani lo dice chiaramente su Internet: “Quelli della Pelle Conciata al Vegetale realizzano un prodotto unico al mondo, proprio come la pelle di questa natura”. Quindi la pelle delle donne come prodotto, associato alla pelle di animali (maiali? mucche?) uccisi per essere poi scuoiati e conciati…. Sono tollerabili queste immagini, questi messaggi? Se in una pubblicità analoga, al posto del pube delle donne, ci fossero parti del corpo di altri gruppi storicamente dominati o sterminati,
lo accetteremmo? Sarebbe accettabile se ci fossero i capelli o i denti degli ebrei, a fare la pubblicità di un tessuto o di un sapone naturale? Coerentemente con la violenza implicita nel messaggio del calendario, c’è stata la violenza esplicita: nell’incontro di presentazione, le donne del gruppo femminista Frida hanno voluto leggere un comunicato di protesta: sono state interrotte, insultate e schernite dagli ospiti presenti, ed è stato loro impedito di continuare. Per concludere, il signor Toscani non merita che si sprechino su di lui troppe parole. Gli piace credersi un “artista maledetto”, quando non è né l’uno né l’altro. E’ un tale che facendo foto che aggrediscono e offendono la sensibilità di molte persone, si fa un sacco di soldi. La “libertà” artistica che rivendica, è la libertà del mercato, del neo-liberismo senza regole e senza etica di oggi, in cui tutto – comprese le persone o gli organi delle persone- sono in vendita. Che ricavi un lauto profitto fotografando pubi di donne per far pubblicità a un trattamento di concia della pelle di porco è un’altra indicazione dei tempi sciagurati che vive questo sciagurato paese.
Lo Iap, Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria, ha preso posizione contro il calendario, ma non basta
Chiediamo:
-che il Consorzio “Vera pelle italiana conciata al vegetale” ritiri i calendari distribuiti, rifletta sulle reazioni indignate e prenda le distanze dalla campagna
- che il giornale Rolling Stones che ha distribuito il calendario ritiri le copie invendute e che sul prossimo numero dedichi due pagine per le critiche alla campagna, incluso il comunicato dell’Associazione Frida
Chiediamo:
agli uomini che non si riconoscono in queste immagini – di donne ridotte a pubi e di uomini che questo dalle donne vogliono- di fare sentire la loro voce, alta e forte. A questi uomini diciamo: avete più potere, più spazio sui media, e più tempo libero di noi donne: questa posizione è privilegiata, quindi ingiusta, ma intanto potete usarla per farvi sentire più facilmente di noi
Chiediamo:
alle lavoratrici e ai lavoratori del Consorzio “Vera pelle italiana conciata al vegetale” e ai loro sindacati di esprimere il loro parere in proposito; suggeriamo loro inoltre di esigere dai dirigenti del Consorzio di rendere pubblico il costo della campagna stessa (onorario a Toscani; stampa calendari; presentazioni pubbliche).
Ci riserviamo inoltre di indagare su quali siano i prodotti contraddistinti dal marchio “Vera pelle italiana conciata al vegetale”, e se necessario di promuovere una campagna di boicottaggio di questi prodotti, in Italia e all’estero.

La Casa Internazionale delle Donne – Trieste
(Associazione Luna e L'Altra – Associazione Goap Centro Antiviolenza – Associazione La Settima Onda – Associazione Gattanera – Cooperativa Sociale Cassiopea – Comitato per i Diritti Civili delle  Prostitute/Sezione Femminile – Interfemmes/Sezione Femminile Associazione Interethnos – SIL Società Italiana delle Letterate – Circolo UDI-ZžI La Mimosa)

Trieste, 18 gennaio 2011

maledetto questo nostro corpo...

Mi ero ripromessa che avrei trattato temi più leggeri. Poi, ovviamente, mi sono fatta prendere dagli eventi del giorno  ed ecco davanti a me un blog "militante". Mentre lo scopo di questa bellissima pagina era semplicemente un puro esercizio di scrittura.
D'altro canto restare indifferenti a ciò che sta accadendo all'Italia e al mondo intero è quasi impossibile: proteste studentesche, studenti fuori controllo, un popolo arrabbiato e amareggiato, il corpo delle donne ancora una volta al centro dell'attenzione dei media italiani.


Il corpo delle donne al centro dell'attenzione.. in realtà era ciò che io e altre donne volevamo, anche se con modalità diverse.  Il personale finalmente diventa politico. Il politico diventa personale.


Maledetto questo nostro corpo. Maledetto perchè pretende tanto da noi. Maledetto perchè oramai ha assunto una tale importanza, che è diventato (paradossalmente) irrilevante.

giovedì 27 gennaio 2011

Le donne che dicono no

 dal blog http://societausaegetta.blogspot.com/

Una mobilitazione sulla rete non può fare molto, ma qualcosa  sì... :-)

Le Donne che dicono NO! dicono "Io sono... " su Facebook

Sibilla Aleramo

La prossima (dal 24 al 31 gennaio) sarà una settimana importante, in tutta Italia donne organizzaranno sit-in, dibattiti, cortei o assemblee pubbliche, flash mob per palesare con forza il nostro NO a questo sistema di compravendita delle donne, allo sfruttamento del corpo femminile.. richiedendo che siano riaffermati i nostri diritti come donne: diritto al lavoro ed all'auto-determinazione.

In questa settimana possiamo far sentire la nostra voce anche attraverso Facebook... come?


La proposta di Società Usa e Getta è: sostituire la vostra foro profilo con foto di donne valorose, intellettuali e combattenti, che hanno lottato per i diritti delle donne in Italia.

Questo gesto ha lo scopo innanzitutto di comunicare la nostra identità come donne capaci di affermarsi con caraggio ed intelletto, ma anche di rinnovare la nostra memoria storica, ricordarci che il diritto al voto, il diritto al lavoro, alle libertà individuali, alla libertà di vestirci come vogliamo e non in riferimento ad un ruolo imposto dalla società o da un uomo...  sono diritti conquistati, spesso a caro prezzo, da Donne! Alcune famose.. altre rimaste più in sordina... ma donne, che abbiamo il dovere morale di ricordare, e continuare la loro opera in loro onore. 

Tutte unite per ringraziare queste grandi donne, e portare avanti ciò che loro hanno iniziato. 


Contemporaneamente potete aggiornare il vostro status con la frase "Io sono.... "


Vi proponiamo:


- "Io sono Rita" in onore di Rita Levi Montalcini

- "io sono Dacia" in onore di Dacia Maraini
- "Io sono Oriana" in onore di Oriana Fallaci

- "Io sono Sibilla" in onore di Sibilla Aleramo

- "Io sono una suffragetta" ricordando le suffragette

- "Io sono una partigiana" ricordando le partigiane

Questo è il link dell'evento creato su Facebook: http://www.facebook.com/event.php?eid=195102547172157

Mi raccomando iscrivetevi ed invitate le vostre amiche!


Potete anche taggarvi sul nostro album su Facebook: http://www.facebook.com/album.php?aid=38467&id=137900466263954 



Nella gallery trovate le immagini - aggiunte dalle stesse partecipanti all'evento - che potete usare: http://www.facebook.com/media/set/?set=o.195102547172157

Potete caricare voi stesse le foto nell'album dell'evento cliccando su "foto" - uploadando la foto e la descrizione - nel riquadro per i commenti nella bacheca dell'evento. Oppure, se avete scelto una foto già presente, potrete scriverci li una frase (prima dovete divenire fan di Societa Usa e Getta) ... Del materiale sarà fatta una raccolta che verrà diffusa :-)

NOTA IMPORTANTE: Il nome dell'evento è stato modificato da "Donne che si Ribellano" in "Donne che dicono NO!" perchè questa iniziativa virtuale vuole tenersi indipendente da qualsiasi bandiera o associazione, è assolutamente spontanea. Ogni donna è poi libera di auto-determinarsi in base alle proprie idee ;-) 

domenica 23 gennaio 2011

Dove siete donne..

Le altre donne

Esistono anche altre donne. Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».

Osservo le ragazze che entrano ed escono dalla Questura, in questi giorni: portano borse firmate grandi come valige, scarpe di Manolo Blanick, occhiali giganti che costano quanto un appartamento in affitto. È per avere questo che passano le notti travestite da infermiere a fingere di fare iniezioni e farsele fare da un vecchio miliardario ossessionato dalla sua virilità. E’ perché pensano che avere fortuna sia questo: una valigia di Luis Vuitton al braccio e un autista come Lele Mora. Lo pensano perché questo hanno visto e sentito, questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le politiche fatte eleggere per le loro doti di maitresse, le starlette televisive che diventano titolari di ministeri.

Ancora una volta, il baratro non è politico: è culturale. E’ l’assenza di istruzione, di cultura, di consapevolezza, di dignità. L’assenza di un’alternativa altrettanto convincente. E’ questo il danno prodotto dal quindicennio che abbiamo attraversato, è questo il delitto politico compiuto: il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine l’Italia ridotta a un bordello.

Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne italiane non è in fila per il bunga bunga. Sono certa che la prostituzione consapevole come forma di emancipazione dal bisogno e persino come strumento di accesso ai desideri effimeri sia la scelta, se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza. È dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. Sono due anni che lo faccio, ma oggi è il momento di rispondere forte: dove siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete. Di destra o di sinistra che siate, povere o ricche, del Nord o del Sud, donne figlie di un tempo che altre donne prima di voi hanno reso ricco di possibilità uguale e libero, dove siete? Davvero pensate di poter alzare le spalle, di poter dire non mi riguarda? Il grande interrogativo che grava sull’Italia, oggi, non è cosa faccia Silvio B. e perché.


La vera domanda è perché gli italiani e le italiane gli consentano di rappresentarli. Il problema non è lui, siete voi. Quel che il mondo ci domanda è: perché lo votate? Non può essere un’inchiesta della magistratura a decretare la fine del berlusconismo, dobbiamo essere noi. E non può essere la censura dei suoi vizi senili a condannarlo, né l’accertamento dei reati che ha commesso: dei reati lasciate che si occupi la magistratura, i vizi lasciate che restino miserie private.


Quel che non possiamo, che non potete consentire è che questo delirio senile di impotenza declinato da un uomo che ha i soldi – e come li ha fatti, a danno di chi, non ve lo domandate mai? - per pagare e per comprare cose e persone, prestazioni e silenzi, isole e leggi, deputati e puttane portate a domicilio come pizze continui ad essere il primo fra gli italiani, il modello, l’esempio, la guida, il padrone.


Lo sconcerto, lo sgomento non sono le carte che mostrano – al di là dei reati, oltre i vizi – un potere decadente fatto di una corte bolsa e ottuagenaria di lacchè che lucrano alle spalle del despota malato. Lo sgomento sono i padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché portino i soldi a casa, magari li portassero. Siete questo, tutti? Non penso, non credo che la maggioranza lo sia. Allora, però, è il momento di dirlo.


giovedì 20 gennaio 2011

Mamma e papà sono stanchi...

 Dal blog Donne in ritardo...
La storia è tratta dal libro di Ann Crittenden "If you've raised kids, you can manage anything".

Mamma e Papà stanno guardando la tivù quando Mamma dice: “Sono stanca, vado a letto”. Si alza e va in cucina a mescolare la salsa, tira fuori la carne dal freezer per la cena di domani e apparecchia per la prima colazione. Poi carica la lavatrice da far partire l’indomani, riattacca un bottone caduto. Passando nel corridoio raccoglie un paio di giocattoli e riporta al suo posto l’agenda telefonica. Qui trova il diario del figlio, con una nota della maestra alle quale scrive una risposta. Già che c’è butta giù la nota spese per il droghiere. Giunta in bagno si pulisce il viso con la lozione “3 in uno” e si lava i denti. Indossa il pigiama e controlla che la porta sia chiusa a 4 mandate. Nel frattempo Papà dall’altra stanza annuncia: “Sono stanco, vado a letto”. E ci va.

mercoledì 19 gennaio 2011

Sempre colpa della crisi... non sempre

Questa immagine l'ho troavata per caso. Dice tutto, niente o troppo poco sulle cosidette "povertà".

Qualche mese intervistai  l'ex direttore della Caritas, con il quale fra le tante cose si è parlato dei "nuovi poveri". Intervista conclusa e tema archiviato, pensai allora.
Immagini di vita quotidiana come queste ti fanno ricredere.
Ravalico mi diceva che: "In questi ultimi tre mesi alla mensa di via dell’Istria arrivano anche nuclei familiari triestini, non solo i cosiddetti “barboni”. Tentiamo di evitare che vengano a mangiare in mensa e cerchiamo di dare loro il pasto da portare a casa oppure dei buoni spesa per evitare l’emergere di conflitti."

Famiglie, che fino a poco tempo fa vivevamo dignitosamente, ora si ritrovano a vivere giorno per giorno, a sperare di riuscire a sfamarsi e a provvedere al necessario, a sperare di arrivare se non altro a fine giornata. é dura.

Ma non sempre è colpa della crisi econimica.
Molti si presentano presso le istituzioni competenti, chiedendo aiuto economico. Nel momento in cui l'assistente o chi di servizio chiede un recapito, ecco che i richiedenti prendono dalla tasca il loro cellulare di ultima generazione.
Mi chiedo: mettiamo anche queste persone nella categoria dei "nuovi poveri"?

domenica 16 gennaio 2011

sparlavate di me, eh?

«Anche oggi, laggiù, al Municipio, avete visto?... quello che vi feci dire dal canonico Lupi?...»
«Lupus in fabula!» esclamò costui entrando come in casa propria […] «Sparlavate di me, eh? Mi sussurravano le orecchie…»
«Voi, piuttosto, buonalana! Avete la cera di chi ha preso il terno al lotto!»
«Il terno al lotto? Mi fate il contrappelo anche?...»

venerdì 14 gennaio 2011

La questione "scomoda" della lingua italiana... perchè la lingua è potere, sappiatelo.

Incomincio a diventare un pò pesante. Ultimamente tratto argomenti seri. Come ami?
Sarà il periodo caotico.
Sarà l'avvicinarsi della fine di un percorso universitario triestino che avrei dovuto archiviare già da un pò.
O forse l'avvicinarsi dell'inizio del mio nuovo percorso che per un bel pò mi porterà lontano da Trieste.

In ogni caso oggi è una giornata "particolare".Lo studio mi fa male. Divento antipatica e puntigliosa. Quando divento antipatica, spesso mi consolo con l'acquisto di un buon libro.

Dopo lavoro sono andata in edicola ad acquistare il volume, di cui potete ammirare la copertina, uscito già da qualche settimana: si tratta di una raccolta di contributi che hanno come argomento principale l'italiano e alcune lingue minoritarie. Nomi illustri come Tullio de Mauro mi assicuravano una monografia di qualità. Infatti, quasi tutti i contributi mi sono apparsi molto interessanti, non solo dal punto di vista linguistico ovviamente.

Ma.... l'apparenza inganna. Quando sei consapevole di avere una base piuttosto buona di linguistica generale e di storia contemporanea, affermazioni del genere ti fanno letteralmente imbestialire. Alessandro Masi, parlano dell'influsso dell'italiano nella cultura e nelle lingue europee, afferma che:


"  L'italiano viaggia, ha sempre viaggiato, sulle ali di un prestigio che non ha mai avuto le caratteristiche delle altyre lingue koinè: mentre le parlate dei grandi imperi coloniali avevano come unico presupposto la subalternità dei popoli che le imparavano e la conseguente superiorità dei colonizzatori, la nostra lingua ha sempre goduto di uno status particolare, caratterizzato dalla curiosità, dall'ammirazione di chi la studiava. Il linguista Francesco Bruni ha dato a questo status la definizione di "lingua leggera": mentre le grandi potenze europee conquistavano il mondo e imponevano le loro parlate come strumento di colonizzazione, la cultura italiana si faceva strada per tutto il continente grazie allo straordinario prestigio delle sue arti, dei suoi saperi e delle persone che li testimoniavano."

Ne siamo sicuri? Ne siamo davvero sicuri? Cosa direbbero i triestini e i goriziani di madrelingua slovena circa questa affermazione?

mercoledì 12 gennaio 2011

Non sembra eccitante... ma lo è.

Quando si accende l'amore è una pazzia temporanea. L'amore scoppia come un terremoto e in seguito si placa. E quando si è placato bisogna prendere una decisione. Bisogna riuscire a capire se le nostre radici sono così inestricabilmente intrecciate che è inconcepibile il solo pensiero di separarle perchè questo è...l'amore.
E' questo. L'amore non è turbamento, non è eccitazione, non è il desiderio di accoppiarsi ogni istante della giornata. Non è restare sveglia la notte immaginando che lui sia li a baciare ogni parte del tuo corpo. No, non arrossire. Ti sto dicendo delle verità. Questo è semplicemente essere innamorati e chiunque può facilmente convincersi di esserlo. L'amore invece è quello che resta del fuoco, quando l'innamoramento si è consumato. Non sembra molto eccitante vero? Ma lo è.

(il mandolino del capitano Corelli)



MILAN DEKLEVA
ŠEPAVI SONETI, VII. SONET

Ljubezen je trda, naklepna predanost.
Nasnujemo besede, v sled za opuščanjem –
odidemo na novo pot za istim krajem.
V telo se vračamo, v slastno razklanost.

V danost.
Vse, kar opuščamo, nas le ima močneje,
svobodo daje nam, kar nas z dotiki greje:
nespremenljiva je medzvetdna uigranost.

Katero osončje je žensko? Kaj boli
meglenice? Kam je v celično zasnovo
soneta vpisan čas? Čas in zavest, da ni

le v trajnem smisel tega, kar je novo?
Pevec brez jezika ve, skozi naval krvi
in vinski kašelj: Česar še ni, je že, gotovo!

venerdì 7 gennaio 2011

Dal Piccolo: L'intervista, lo scrittore triestino Pahor: "Sul sindaco nero sono stato frainteso"


di Paolo Rumiz
Lo scrittore Boris Pahor 
 
Lo scrittore Boris Pahor
TRIESTE Ma come, Boris... Non ci posso credere che tu te la sia presa per l'elezione di un sindaco africano in terra d'Istria. Tu, come un Calderoli qualunque. "Impossibile", dico a me stesso quasi ad alta voce, dopo aver letto le dichiarazioni di Pahor al Primorske Novice e il putiferio che ne è seguito. Così vado a trovarlo, il combattente della memoria antifascista, il grande vecchio della letteratura slovena in Italia.

D'impeto, tanta è l'incredulità che un'anima europea come la sua possa aver ceduto all'istinto della chiusura tribale. Lo trovo abbattuto, ma guardingo, nella sua casetta alta sul mare, dove vive da solo a 97 anni. Sveglio e deciso a combattere ancora. Risoluto a farsi capire.

"Ma come possono pensare che io sia contro quell'uomo…" brontola mettendo a bollire l’acqua per il thè. Affetta un panettone nella cucina piena di libri e ritagli di giornale. È in tuta e ciabatte, con i capelli matti di chi è nato con la Bora. "Il mio era solo un ammonimento agli autoctoni, inclusi quelli di lingua madre italiana; un modo per dire "combattete per la vostra terra, non dimenticate mai che solo chi ha radici forti può reggere alla globalizzazione senza essere spazzato via…", e ovviamente sono stato frainteso".

Ma il nuovo sindaco è uno sloveno a tutti gli effetti. Io ho letto quell’elezione come una prova di grande maturità politica e apertura mentale.
"Ripeto: non ho dubbi che questo medico nato in Africa sia un ottimo sindaco. Anzi, è magnifico che abbia voglia di battersi per la sua terra adottiva".

Ma…
"Ma? Temo la scomparsa dell'identità. La Slovenia è un piccolo popolo, che è stato schiacciato prima dal fascismo, poi dal comunismo e ora dal tritacarne del pensiero unico. Siamo in Europa, o no?"

Siamo in Europa, e allora?
"E allora l'Europa non è gli Stati Uniti, non deve diventare un minestrone etnico. L'Europa sopravviverà solo se non si lascerà appiattire e resterà arcipelago. Non vede come le piccole identità reagiscono al rischio dell’annichilimento? Persino i cimbri si aggrappano alla loro lingua e combattono per essa".


Senta Pahor, ma perché a 97 anni non si allontana un po’ dalla vita? Forse è tempo di guardare le cose da lontano…

"Io a domanda rispondo. Mi hanno chiesto un'intervista su temi molto diversi e ho accettato. Non pensavo di essere così frainteso. Soprattutto non pensavo che usassero la pelle scura del sindaco per darmi del razzista. Se fosse stato fiammingo o russo sarebbe stato la stessa cosa".

Lei si sente nazionalista?
"Mi accusano spesso di esserlo. Ma io non credo possa essere considerato nazionalismo il semplice amore per la propria patria, la paura che possa svendere la propria cultura. I francesi sono europei, ma il loro inno dice "Allons enfants de la patrie"… O no?".

L’inno sloveno è un brindisi al mondo, però.

"Qui le devo dire che la poesia di Preseren, dalle cui parole è stato tratto, dice prima di tutto "brindiamo a noi stessi" e solo alla fine "brindiamo agli altri". Al tempo di Tito, in nome dell’i nternazionalismo comunista, la poesia è stata rovesciata e l’a ugurio rivolto agli altri è stato messo all’inizio. Poi con l’i ndipendenza è rimasto così".

E allora?
"Allora dico che non si può essere europei o cittadini del mondo se prima non si è buoni patrioti".

Pensa che il nuovo sindaco non lo sia?
"Niente di tutto questo. Talvolta un forestiero vede e capisce di più. Spesso ha l'energia per rompere vecchie incrostazioni. Ma io avrei preferito uno nato qui, uno con conoscenza approfondita della storia complicata di queste terre di frontiera".

E lei si sente europeo?
"Ha dei dubbi? La mia cultura è cristiana, la mia idea di libertà nasce dalla rivoluzione francese, ho ricevuto onorificenze in tanti Paesi. Per non parlare del fatto che mi sono salvato la pelle in campo di concentramento perché sapevo lingue straniere".

E allora?
"Ripeto. La paura che un piccolo popolo sparisca non è nazionalismo. E io sono sparito per 25 anni… per un quarto di secolo ho sentito sulla mia pelle l'annichilimento di una cultura. Lingua proibita, oltre duemila cognomi italianizzati, oltre cinquantamila sloveni modificati nei dati anagrafici e spesso nell'appartenenza".

Intanto il primo cittadino di Pirano ci sarà rimasto male.
"Beh, lo capisco e mi dispiace. Gli scriverò. Per dirgli che è solo un malinteso e in me non c'è ombra di razzismo. Gli spiegherò che non ce l'avevo con lui ma con l'assenteismo degli indigeni".

L’assenteismo che lei rimprovera è generale. Anche italiano.

"Lo vedo. Non si combatte più per un'idea, le nazioni stanno perdendo pezzi sotto la pressione del Globale e di spinte centrifughe regionalistiche. Da una parte squadre di calcio di soli stranieri, e dall'altra parte tifoserie pronte ad aggredire i loro vicini di casa… Mah. Stiamo un po' tutti perdendo la bussola".

Il mondo cambia in fretta.
"Il mondo è diventato passivo, lascia correre cose inverosimili. I poteri forti stanno schiacciando ogni cosa. E noi non reagiamo più…"

Lasci fare ai giovani la guerra al Globale.
"Colpa mia se sono rimasti soli i vecchi a combattere? Guardi questo pamphlet dal titolo "Indignez-vous", un caso editoriale francese di cui "Il Piccolo" ha appena parlato. Lo ha scritto un vecchiaccio come me, Stephane Hessel, uno che è finito nel mio stesso campo di concentramento.

A Dora...
"Sì, a Dora. Si salvò sostituendo un cartellino e prendendo il nome di un morto. Hessel non molla. E non mollo nemmeno io. Continuo a dire alla gente di queste terre di indignarsi e combattere per un'idea".

martedì 4 gennaio 2011

Slovena o italiana: come risolvere il grande dilemma?

Le decisoni imposte sono sempre le più amare, le più ostiche, ma a volte possono rivelarsi un opportunità. Così è stato con lo sloveno, una lingua che mi è stata imposta perché era la lingua del luogo in cui sono nata e cresciuta e perché era la lingua madre di mio padre.

L'improvvisa decisione di mia madre di farmi cambiare scuola fu come un fulmine a ciel sereno.
Perché dovevo far mia una cultura piccola, marginale, complessa e a volte incomprensibile? Risposta di mamma: meglio una cultura in più, se poi non è complicata tanto meglio.
Come sarei riuscita a trasformare il mio misero dialetto “carsico” in una  lingua? Risposta di mamma: come con il triestino.
E poi, non per ultimo: come mi sarei dovuta definire d'ora in poi: italiana o slovena? A questa domanda Susi ha sempre evitato di rispondere.
Maledetti gli individui curiosi: la curiosità a volte ti confonde le idee e ti fa perdere il senso delle cose. La curiosità fa si che passi la maggior parte del tuo tempo a porti delle domande. Ti rende una bambina e un'adolescente coraggiosa e spaventata allo stesso tempo.

Sono cresciuta nel guscio del mio bel paese, prendendo ciò che di positivo mi veniva veicolato da entrambe le culture. Mi stupivo del fatto che i miei amici italiani non avessero come materia di studio lo sloveno, come invece accadeva nel mio caso con l'italiano. Mi stupivo del fatto che negli uffici comunali in città non ci fossero degli impiegati con la conoscenza di entrambe le lingue, come accadeva da noi. Allo stesso tempo vedevo una certa chiusura e diffidenze. A volte sono arrivata al punto di odiare il giorno in cui mia madre ha deciso di stravolgere i miei ritmi, imponendomi una decisione non mia.
Mai invece avrei immaginato che quella bambina curiosa, coraggiosa e spaventata allo stesso tempo sarebbe arrivata addirittura ad insegnare lo sloveno ( e a impararne altre due), o addirittura ad amare i suoi ritmi, le dissonanze e... quello splendido duale.
Una volta uscita dal guscio del mio bel paese e incominciato il liceo, molte cose date per scontato piano piano incominciavano a cambiare volto, diventando meno ovvie e più complesse. Scoprì che non tutti i triestini odiavano gli sloveni e la loro cultura e non tutti gli sloveni erano uguali. Scoprì che fuori c'era tutto un mondo splendido e crudele.
Mi imposi di imparare a scegliere chi volevo attorno a me, non lasciarmi condizionare dai pregiudizi storici e culturali della mia città. Sin dall'inizio ce la misi tutta. Mentre viaggiavo e conoscevo le culture altre, portando ciò che avevo imparato e visto a casa,sempre con la sensazione che dalla città invece non ci fosse nessun segnale concreto di apertura, di evoluzione.
Una sensazione che si è amplificata anche all'università o a scuola, dove lavoravo come insegnante. Continuavo ad essere condizionata da ciò che avevo intorno: ne risentiva il mio lavoro con i bambini o il modo in cui mi approcciavo a quei interminabili volumi di storia contemporanea, eccezione fatta per i periodi trascorsi all'estero. In quei momenti Trieste era lontana, non solo geograficamente.





L'avvicinamento delle due comunità è un processo che esiste, ma spesso è un processo che viene strumentalizzato. specialmente in questo periodo elettoralequando nell'arco di sei mesi abbiamo assistito a due eventi “epocali”: il concerto di Muti e la rappresentazione di Necropoli a Trieste. Nessuna traccia di corsi di sloveno facoltativi nelle scuole italiane o di corsi di sloveno per chi lavora nella pubblica amministrazione (come non vedo corsi d'inglese obbligatori, visto che anche l'inglese è troppo spesso un'incognita per chi è pagato con i soldi di tutti).

É confortante invece quando i tentativi di unificare le due culture di Trieste sono spontanei, seppur ancora non forti e costanti. Scoprire che ci sono degli insegnanti che non impongono, ma sono aperti al dialogo, non ha prezzo. Andare a teatro e avere la possibilità di ascoltare delle parole spontanee in lingua slovena... neanche questo ha prezzo.
Una piccola ricompensa per tutti i dubbi di chi non sa rispondere alla domanda: ma sei slovena o italiana?