giovedì 30 dicembre 2010

i silenzi che mettono a disagio...


"I silenzi che mettono a disagio... Perchè sentiamo la necessita' di chiaccherare di puttanate, per sentirci a nostro agio? E' solo allora che sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace."

martedì 28 dicembre 2010

Interview with Doris Lessing - Media Player at Nobelprize.org

Interview with Doris Lessing - Media Player at Nobelprize.org

In fact, only a minority of journalists are any good...

Periodicals Extract from an article by Doris Lessing
British Journalism Review - January 29, 1990.

In fact, only a minority of journalists are any good

It is not that I despise newspapers. I read two a day and the posh Sundays and subscribe to various weeklies. I am a compulsive newspaper reader. Some would say: a print absorber. I am of the generation which was somehow persuaded that not to know what is going on everywhere is irresponsible and must lead to worse. But surely there is something amiss when, meeting a friend after a profile of me appeared in a serious newspaper, he remarked how much he enjoyed it, while knowing that half the facts were wrong.
Hearing me protest this, he seemed embarrassed by my pedantry. "Well, it's all good for a laugh." Exactly. Profiles, interviews, news about the famous and the infamous are taken as entertainment, not as fact.
There are two main pressures that manipulate newspapers and we don't often examine them. One is what we may usefully call the Zeitgeist. Thirty, 40 years ago, would a serious newspaper have published yards of speculation about the sex life of T S Eliot, even if described as Literary Criticism?
Sylvia Plath is the alter ego for innumerable women who need to see themselves - at least part of the time - as helpless and brutally treated victims. Fifty years ago, how would Plath have been presented? Would women then have wanted to identify with her? I think not; we had robuster expectations for ourselves.
The other is that when a journalist writes a profile or an interview, the result is as much a portrait of him or of her.
One will want to know about your political experience, the next about "mysticism", a third about early life in Africa, another about your love life, assumed to be the same as whichever one of your heroines she is identifying with or, if a man, finds attractive. This "portrait" will be printed as a total picture.
"Did you actually say so and so?" I am often asked. The reply is nearly always, "I did not."
The fact is, with journalists as with every profession, only a minority are any good.. Most repeat what others say. This process can be observed in all kinds of context. An exciting bit of music is used to introduce a hundred programmes on television: or an opinion, a catchphrase, taken up, and used to death.
In my case there has been a sequence, thus: she writes about "the colour bar", then communism, then women's liberation, then mysticism; then came science fiction, social welfare and now we are back to politics. "She is of course a political writer."
The subtle censors are as important, usually part of the assumptions of the time. The best place to see these mechanisms working is abroad, when the British press can seem like a web of tacit agreements to exclude certain news.
When I was being a journalist on behalf of the Afghan refugees I learned more than was comfortable about unconscious censorship. Anything I wrote that contradicted our preferred idea of the Mujahideen as brutal and bloodstained fanatics, tended to be cut.
Not because an editor said, I'm not going to print something I don't agree with, but because, pressed for space and needing to cut something, this is what went. We do not know what our prejudices are. We are lucky if a friend from another culture considers it worthwhile to tell us what they are.
We have an inner truth governing our expectations. I would read a profile about a solid, not-much-in-the-public-eye person - civil servant, mayor, businessman - expecting 90 percent to be true. A piece about someone involved in scandal - perhaps 10 percent.
When we come to writers, difference ingredients enter the brew, not least because everyone is a writer, plans to become one, or wishes they were. Writers are seen glamorously. That is because, particularly since the proliferation of prizes, we attract, arbitrarily, spotlights.
Also because more and more we are expected to sell our books for our publishers. This involves becoming the opposite of a writer, private and mostly solitary, transforming oneself into a Personality. But that is a different, still unwritten article to be called "On Joining One's Publisher's Sales Department".

martedì 21 dicembre 2010

Buon Natale

Tempo di bilanci. Un bilancio magro il mio.
Tempo di conclusioni. Mai fare conclusioni. Le conclusioni non esistono.
Tempo di decisoni. Perugia o Trieste?
Tempo di riflessioni. Diamoci una calmata. Impariamo a riflettere quando serve  e a " tacconar" de più.


Buone feste a tutti.

lunedì 6 dicembre 2010

Elisabetta d'Erme incontra Il candidato alternativo

  Elisabetta d'Erme
Il candidato alternativo
«La bellezza è equilibrio, ricerca del senso condiviso, meraviglia dell'inatteso, cura quotidiana e collettiva del bene pubblico: è l'essenza della città e della sua utopia». Parole poco usuali per un programma politico, che danno però un'idea di cos'è Progetto Comune. A Trieste il centrosinistra va alle urne: domenica prossima si vota per scegliere il candidato sindaco. In lizza Roberto Corsolini (Partito democratico), Mario Andolina (Rifondazione) e Alessandro Metz, da sempre attivo come "politico di movimento". Progetto Comune si è messo in moto dall'atrio della stazione ferroviaria di Trieste.
«Abbiamo scelto un luogo anomalo, simbolo di emarginazione sociale, ritrovo di chi non ha una casa, dei pendolari lasciati a piedi da treni fantasma. Simbolo di un isolamento non solo nei trasporti, ma anche nella cultura e l'economia. Stazione che diventa ora luogo di una possibile partenza» spiega Metz che si candida come sindaco alternativo per rafforzare il centrosinistra triestino.

Cos'è Progetto Comune?
E' l'espressione di un bisogno di esserci per costruire una nuova forma di agire politico. Si sono messe in gioco persone con esperienze politiche, di vita, associative e culturali diverse fra loro. Gente che si riconosce in un programma per modificare radicalmente il vivere la città. Una situazione locale con caratteristiche proprie, ma con un'interesse e un profilo più ampio. Non è un caso se una personalità coem don Andrea Gallo da Genova verrà il 7 dicembre alla Casa delle Culture a Trieste insieme allo scrittore Pino Roveredo per sostenere il candidato di Progetto Comune. E il 6 dicembre al Knulp un amministratore come Gianfranco Bettin e il parlamentare sloveno Franco Juri verranno, da Venezia e Lubiana, per confrontarsi con noi sul ruolo di Trieste nel quadrante del Nord Est Europa.

Quali sono i punti chiave del vostro programma?
Tre parole "simbolo": mare-cultura-comune. Mare, che per Trieste è stato ponte per culture, popoli e religioni. Per due secoli hanno permesso alla nostra città di svilupparsi in maniera dinamica, cosmopolita e interculturale attorno al porto e ai commerci. Ma anche mare come ambiente. Cultura, declinata al plurale, ovvero saperi, recupero delle radici e apertura alle sperimentazioni che possono interagire con quanto ci sta inttorno. Comune, inteso come beni comuni, partecipazione. Municipio, che debba avere capacità di scelte e decisione sulle politiche sociali, sulle politiche partecipative, sull'innovazione delle forme di governo della città. Come processo, non modello. Un'idea di comune che va ricostruito e riconquistato quotidianamente.

Qual è la visione di Trieste?
A metà del Settecento, Maria Teresa d'Austria emanò tre editti che contemplavano libertà di culto, accoglienza e protezione degli stranieri e libertà di commercio legato all'attività portuale. Lo sviluppo della città fu interrotto dai conflitti mondiali, seguiti da 60 anni di nazionalismo identitario di destra. Oggi siamo a un bivio. Possiamo tornare a modificare il segno, il senso della storia. Trieste è una città che produce intelligenza, scambio, sperimentazione. Per ciò vogliamo che sia una città accogliente, che riconosca l'Altro come una ricchezza, un luogo in cui si possa ambire ad essere cittadini. Insomma, una città che sappia valorizzare i propri centri di alta professionalità legati alla scienza e agli studi. Una città di mare, di cultura, una città comune.

Di quali strumenti vi siete dotati per le primarie?
Dell'entusiasmo. Voglia di esserci, incidere, decidere, portare un contributo di varie esperienze, intelligenze, professionalità, saperi, che forse non ci sarebbero con questo entusiasmo se avessero come unico riferimento gli attuali partiti. Per favorire partecipazione usiamo tutti gli strumenti possibili dal web ai gruppi di lavoro. A breve si potrà accedere al portale www.progettocomunetrieste.eu, mentre è già attivo progettocomunetrieste@googlegroups.com. L'entusiasmo è contagioso, virale.

Che rapporti avete con Sel?
Fino a due anni fa ero iscritto ai Verdi. Oggi, come molti altri, penso che non si debbano ricostruire partitini. Mi interessa star dentro al meccanismo delle primarie, che punta a innovare. Così come sta lo sta portando avanti Nichi Vendola che - da una dimensione locale - ha avuto la capacità di innervare la politica con suggestioni e immaginario, nuove parole e linguaggi. E con l'entusiasmo che negli ultimi anni una sinistra diffusa e plurale aveva perso per strada.

Interessante inchiesta di Repubblica sulla scuola: il disagio va oltre il ddl Gelmini!!

Da La Repubblica;  lunedì, 6 dicembre 2010

L'INCHIESTA

I giovani si sentono senza futuro
ecco che cosa ha acceso la scintilla

La riforma Gelmini ha innescato il risentimento degli studenti. Contro una scuola e un'università che funzionano sempre peggio. Lo spiegano i dati Demos-Coop. Il disagio è profondo e generalizzato. E va ben oltre il ddl

di ILVO DIAMANTI
UN DISAGIO profondo e generalizzato. Che va ben oltre i contenuti della riforma Gelmini. Un disagio che riguarda lo stato del sistema scolastico, che appare in profondo e continuo degrado, da molto tempo. Ecco cosa c'è al fondo della protesta degli studenti. Il rinvio del voto al Senato, in attesa della fiducia (o della sfiducia) al governo, il prossimo 14 dicembre, non ha fermato la protesta contro la riforma dell'Università, firmata dal ministro Gelmini. In molte città, le occupazioni continuano. Nelle sedi universitarie ma anche nei licei e negli istituti superiori. Non intendiamo entrare nel merito della riforma, ma valutare il sentimento verso le politiche del governo, sull'università e sulla scuola. Parallelamente, ci interessa l'atteggiamento della popolazione nei confronti delle manifestazioni e delle polemiche che, da settimane, agitano il mondo studentesco. A questi argomenti è dedicato il sondaggio dell'Osservatorio sul Capitale Sociale di Demos-Coop, condotto nei giorni scorsi.

GUARDA LE TABELLE 1

I dati suggeriscono che, al fondo della protesta, vi sia un disagio profondo e generalizzato. Che va oltre, ben oltre i contenuti e i provvedimenti previsti dalla riforma Gelmini. Un disagio che riguarda lo stato del sistema scolastico nell'insieme, che appare in profondo e continuo degrado, da molto tempo.

Circa il 60% del campione, infatti, ritiene che negli ultimi dieci anni l'università italiana
sia peggiorata. Lo stesso giudizio viene espresso dal 70% (circa) riguardo alla "scuola" nel suo complesso. In entrambi i casi, meno del 20% della popolazione sostiene il contrario. Che, cioè, scuola e università negli anni 2000 sarebbero migliorate. Metà degli italiani, peraltro, ritiene che la riforma delineata dal ministro Gelmini peggiorerà ulteriormente la situazione, un terzo che la riqualificherà.

Naturalmente, i mali del sistema scolastico hanno radici profonde e una storia molto lunga. Quanto all'università, è appena il caso di rammentare che, dalla riforma avviata dal ministro Berlinguer, alla fine degli anni Novanta (quindi da un governo di centrosinistra), è stata sottoposta a un processo di mutamento continuo e non sempre coerente. Che ha prodotto una moltiplicazione dei corsi di laurea e delle sedi assolutamente incontrollata. È da allora che gli studenti - e, in diversa misura, anche gli insegnanti - hanno cominciato a mobilitarsi. Oggi, però, il disagio ha superato il limite di guardia. E la protesta si è riprodotta per contagio, un po' dovunque. Per ragioni che vanno oltre la riforma stessa, lo ripetiamo. Perché è diffusa e prevalente l'impressione che l'università e la scuola, nell'insieme, ma soprattutto quella pubblica, abbiano imboccato un declino senza fine e senza ritorno.

La fiducia nella scuola, negli ultimi dieci anni per questo, più che calata, è crollata: dal 69% al 53%. Sedici punti percentuali in meno. Un quarto dei consensi bruciato in un decennio. Per diverse cause e responsabilità, secondo i dati dell'Osservatorio Demos-Coop. Due su tutte: la mancanza di fondi e di investimenti (32%), lo scarso collegamento con il mondo del lavoro (22%).

In altri termini: la scuola e l'università non attirano risorse e non promuovono opportunità professionali. Anche i "baroni", secondo gli italiani, hanno le loro colpe. Ma in misura sicuramente più limitata (9%) rispetto a quanto vorrebbe la retorica del governo e del ministro. Peraltro, le responsabilità dei "baroni" appaiono ulteriormente ridotte, nel giudizio degli studenti e di coloro che hanno, in famiglia, uno o più studenti. Il che (lo dice un "barone", personalmente, senza quarti di nobiltà e con pochi poteri) appare fin troppo generoso.

Perché le colpe del corpo docente, all'Università, sono molte. Una fra tutte: non aver esercitato un controllo di qualità nel reclutamento. E nella valutazione dell'attività scientifica e didattica. Anzitutto della propria categoria. (Anche per queste ragioni, forse, oggi appaiono perlopiù silenziosi, di fronte alla riforma).

Ma ridurre il problema dell'Università - e della scuola - alla stigmatizzazione dei professori, oltre a essere ingeneroso verso coloro - e sono molti - che hanno continuato a operare con serietà e, spesso, con passione, risulta semplicistico e deviante. Basti considerare, semplicemente, le risorse pubbliche destinate all'Università e alla ricerca. Le più basse in Europa. Basti considerare che, a questo momento, mentre sta finendo il 2010, il governo non ha ancora stabilito (non si dice erogato) il finanziamento (FFO) alle Università del 2010. Non è un errore di battitura. Si tratta proprio dell'anno in corso, o meglio, tra poco: dell'anno scorso. Difficile, in queste condizioni, discutere seriamente della riforma universitaria.

A non crederci, per primi, sono gli italiani. Anche così si spiega il largo sostegno alla protesta contro la riforma Gelmini - maggioritario, nella popolazione. Espresso dal 55% degli italiani, ma dal 63%, tra coloro che hanno studenti in famiglia. E dal 69% fra gli studenti stessi. Il consenso alla protesta studentesca diventa, non a caso, quasi unanime in riferimento alla carenza di fondi alla ricerca (81%). Mentre è più circoscritto (per quanto maggioritario: 53%) riguardo alle occupazioni. È significativa, a questo proposito, la minore adesione che si osserva fra gli studenti universitari stessi. Attori della protesta, ne sono anche penalizzati. Vista la difficoltà di svolgere l'attività didattica e quindi di "studiare".

La riforma Gelmini, per queste ragioni, più che l'unico motivo della protesta giovanile, appare la miccia che ha acceso e fatto esplodere un risentimento profondo, che cova da tempo. Nelle famiglie, tra gli studenti, tra coloro che lavorano nella scuola e nell'università (in primo luogo, fra i ricercatori, categoria a esaurimento, secondo la riforma). "Risentimento" e non solo "sentimento", perché scuola e Università sono un crocevia essenziale per la vita delle persone. A cui le famiglie affidano la formazione e la "custodia" dei figli. Dove i giovani passano una parte della loro biografia sempre più lunga. Dove coltivano amicizie e relazioni. La scuola e l'università: che dovrebbero prefigurare il futuro professionale dei giovani. Non sono più in grado di svolgere questi compiti. Da tempo. E sempre meno. Abbandonate a se stesse. In particolare quelle pubbliche. Anche se solo una piccola quota di italiani vorrebbe privatizzarle maggiormente. (Come emerge dal XIII Rapporto su "Gli Italiani e lo Stato", di Demos-la Repubblica, sul prossimo numero del Venerdì). C'è questo ri-sentimento alla base della protesta e del dissenso profondo verso le politiche del governo nei confronti della scuola e dell'università.

Da ultimo: la riforma Gelmini. Non è un caso che i più reattivi non siano gli universitari, ma i liceali. Gli studenti che hanno meno di vent'anni e frequentano le superiori. Si sentono senza futuro. Una generazione sospesa. Precaria di professione. Professionisti della precarietà. Tanto più se nella scuola, nell'Università e nella ricerca si investe sempre meno. Questi studenti (secondo una recente ricerca dell'Istituto Cattaneo e della Fondazione Gramsci dell'Emilia Romagna) oggi appaiono spostati più a destra rispetto ai giovani degli anni Settanta. E, quindi, ai loro genitori. Ma, sicuramente, sono molto più incazzati di loro. A mio personale avviso, non senza qualche ragionevole ragione.
(06 dicembre 2010)

giovedì 2 dicembre 2010

la bellezza è appunti di programma... PROGETTO COMUNE

 
La bellezza è appunti di programma (di Alessandro Metz)
La bellezza è equilibrio, ricerca del senso condiviso, meraviglia dell’inatteso, cura quotidiana e collettiva del bene pubblico: la bellezza è l’essenza stessa della città e della sua meravigliosa utopia. “La città è stata soprattutto lavoro umano, cultura materiale, pratica quotidiana, di sapere acquisito e di sapere trasmesso, luogo di continua sperimentazione (e di differenti comportamenti) nel rispetto sempre degli interessi generali. Pur nella conflittualità, la città è stata un baluardo di etica e di estetica.

>Per trasformare la realtà non è sufficiente che una parte politica più o meno amica conquisti il “potere”, occorre che si trasformi la cultura, che s’invertano i rapporti di micro-potere per cui viene considerata prioritaria la salute rispetto alla “libertà” di spostamento in auto, la qualità dei rapporti rispetto al business, la cura dell’ambiente rispetto al consumo di merci.

D’altronde, l’attuale ceto politico non è atterrato da Marte (anche se ogni tanto sorge il sospetto…),

Ancor oggi politici e opinionisti discutono sugli assi dello sviluppo cittadino e nessuno discute del suo volto, dei suoi tratti: per interpretare la città si fa ricorso, giustamente, al linguaggio dell’economia, della sociologia, dell’urbanistica, dell’ecologia, finanche dell’etica (ma non troppo),ma tutti hanno scordato il linguaggio, in realtà fondamentale, dell’estetica.
Perché s’inverta la rotta, occorre formulare un progetto che sappia dialogare e prendere spunto dalle mille esperienze che in città cercano di comunicare un’altra idea del vivere, un progetto comune.

Dar corpo alla democrazia attraverso la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica della città. I cittadini devono essere nelle condizioni di poter, non solo dire la loro, ma incidere realmente nelle scelte attraverso strumenti adeguati. Agli abitanti deve andar riconosciuta la competenza propria di chi la città la abita e può, per questo, farsi portatore di istanze e idee importanti. Occorre attivare una cittadinanza consapevole ed attiva rispetto a questa competenza.

Identificazione dei caratteri forti, dei “temi generatori” che siano magneti di uno sviluppo della città che ne preservi, restauri e implementi la bellezza. Temi che caratterizzano la città e la sua storia e che vengano percepiti patrimonio comune dai cittadini. Pensiamo che, grazie all’identificazione
di questi “temi generatori”, si possano attivare energie: perché lo sviluppo della città non dovrebbe essere affare del Sindaco ma progetto condiviso, voluto, discusso e sorretto, ed anche contestato, da tutti. Per noi Mare, Cultura, Comune.

Lo sviluppo, non solo deve tener conto dei limiti dell’ambiente come vincoli da non recidere, ma identificare questi come cardini per costruire uno sviluppo che consideri l’ambiente stesso risorsa da custodire con cura, passione e conoscenza.
Occorre distribuire con criteri di giustizia la risorsa città, eliminando gli ostacoli per cui i cittadini possano partecipare alla vita pubblica, esercitare diritti, godere delle risorse, materiali ed umane, di cui è ricca la città.
Custodire, rielaborare e utilizzare elementi della storia e cultura proprie di questa città, non per farne corazza di una supposta “identità”, ma risorse che arricchiscono la comunicazione col mondo.

La cultura deve tornare ad essere il tratto distintivo della nostra città e il tema generatore delle sue politiche. Si badi bene: non stiamo parlando solo della cultura accademica, parliamo anche della conoscenza locale che si è nutrita del confronto con gli elementi naturali e con la storia della città

Trieste dovrebbe accogliere la sfida di umanizzare e democratizzare la scienza, rendendola tema didiscussione e farla incontrare con la conoscenza locale, rendendola meno ostica e inavvicinabile. Insomma trattarla come fattore sociale e come tale oggetto di feconda discussione.
Il Mare è l'elemento da cui nasce Trieste, è quello che ha portato culture e popoli, commercio e sviluppo, sogni e desideri spesso realizzati, da troppo tempo abbandonato e vilipeso.
Alcune azioni favoriscono la cultura, il dialogo, la parola, altre li ostacolanoBisogna favorire l’incontro tra le differenze, riscoprire le nostre radici e nello stesso tempo aprirci allo scambio, alla comunicazione e alle esperienze internazionali, facendo di Trieste una città cosmopolita e accogliente, come lo è stata molti, troppi, anni fa
Soprattutto in un area geografica come la nostra, non possiamo permettere che cadendo i confini per paura e provincialismo si costruiscano “muri” ancora più alti e difficili da abbattere.Ma, più in generale, una città della cultura vuol dire riattivare la comunicazione al suo interno, fra i suoi cittadini.

Facciamo riferimento alla “Carta di Atene della città sana” che proclama: “la salute non dovrebbe essere la preoccupazione esclusiva di un solo partito politico o di una sola disciplina professionale. Siamo consapevoli che la salute deve costituire un elemento fondamentale nei valori di base e nei programmi correnti delle nostre città. Faremo uso di queste conoscenze per realizzare strategie locali per la salute e per lo sviluppo sostenibile, riferite al ventunesimo secolo. Creeremo i presupposti per il cambiamento e impegneremo le nostre città in azioni specifiche per la salute attraverso il ruolo guida e l’empowerment; attraverso alleanze ed infrastrutture per il cambiamento; attraverso una pianificazione integrata rivolta alla salute e allo sviluppo sostenibile; attraverso le reti.
Ci impegniamo a fornire aiuto nell’assumere l’approccio della salute per tutti oltre le città, nelle zone rurali, nelle località periferiche, nelle province, nelle regioni ed ai vari livelli del governo sub-nazionale

Il concetto di salute che proponiamo, seguendo le indicazioni dell’OMS, non è “assenza di malattie”, così come la lotta per la salute non si riduce alle cure mediche: parliamo di una strategicomplessa, che riguarda consumi, produzione, stili di vita, accesso e equità nei servizi pubblici, partecipazione del cittadino nella definizione del livello di salute della comunità.
Una città che assuma la salute come tema generatore dello sviluppo si impegnerà a valutare preventivamente, insieme ai suoi cittadini, le ricadute in termini di salute di ogni decisione: oggi, di certo, non è così
Abbiamo sottolineato come uno dei processi principali che ha caratterizzato, in negativo, la città, sia stata l’esclusione dei cittadini dalla stessa “produzione di città”. L’affermarsi di forti centri di potere politico-economici ha fatto sì che le decisioni riguardanti lo sviluppo della città divenissero appannaggio di una ristretta cerchia di addetti ai lavori, o ancora peggio di famigliari.

A livello locale, inoltre, il ruolo delle amministrazioni è andato progressivamente modificandosi e facendosi più complesso di fronte alla crescita di responsabilità regolative (pensiamo al crescente ruolo dei Comuni nella definizione del welfare) e all’emergere di sempre nuovi e più complessi problemi ambientali, sociali ed economici. Inoltre è sempre più evidente come la legge elettorale dei Comuni abbia accentuato il potere dell’esecutivo, del Sindaco in particolar modo, senza individuare i necessari contrappesi democratici in grado di garantire sufficiente trasparenza e partecipazione.

Il nostro obiettivo, quello di determinare uno sviluppo urbano fondato sulla cultura e sulla salute, non può, dunque, prescindere dal tentativo di promuovere un forte radicamento e rafforzamento della democrazia a livello comunale. Occorre realizzare una strategia perché si rinnovinoradicalizzino e implementino forme di democrazia partecipativa, affinché il Comune divenga laboratorio di sperimentazione, luogo di rilancio della democrazia oltre la sua forma rappresentativa.

Si riduca la diseguaglianza tra i cittadini: i processi partecipativi possono rappresentare operazioni di ridislocazione del potere per cui il cittadino può far valere il suo punto di vista rispetto agli interessi, oggi dominanti e indiscutibili, di grandi lobby d'affari.
La crescente complessità rappresentata dai molteplici soggetti sociali e dagli interessi presenti nella società, trovi modo di essere rappresentata e di confrontarsi.

Esempio: nel decidere di progettare una piazza i punti di vista possono essere quelli: dei commercianti che vogliono un facile accesso ai negozi; degli automobilisti che voglio arrivare in auto fino all’edicola; dei residenti che non vogliono schiamazzi; della compagnia di ragazzi del quartiere che vuole la panchina dove tirar tardi a chiacchierare; dei bambini che vogliono lo spazio per giocare; delle mamme che vogliono poter controllare visivamente i propri figli.Attraverso un processo partecipativo si può ascoltare tutti, convincendo, ad esempio, l’automobilista che se fa due passi in più il bimbo gioca in santa pace e si costruisce una piazza più bella: e sicuramente più viva di Piazza Goldoni o Piazza Venezia!

La presa in considerazione di più punti di vista può portare ad un arricchimento delle proposte e a prevenire eventuali errori di progettazione>La partecipazione può rappresentare un processo formativo di ciascun cittadino alla cittadinanza attiva, alla presa in carico di responsabilità, al senso civico.
L’Amministrazione sia “costretta” ad argomentare e giustificare pienamente le sue scelte a fronte di un dibattito, esplicitando gli indirizzi di fondo e gli obiettivi strategici della sua azione
Democrazia partecipativa non vuol dire concertazione: la concertazione delle politiche, riservata ad un determinato numero di soggetti, è altra cosa. La democrazia partecipativa vuole aprire lo spettro delle soggettività partecipanti e non limitarle
Democrazia partecipativa non vuol dire assenza di conflitto: la partecipazione alle scelte non vuol dire “mettersi d’accordo” a tutti i costi, né fingere che, all’interno della città, non vi siano interessi contrapposti e conflittuali. L’obiettivo è, invece, proprio quello di far emergere una pluralità di voci e punti di vista, in alternativa alla realtà odierna, dominata da un punto di vista omologante.
Democrazia partecipativa non vuol dire discutere senza decidere: la partecipazione non è un alibi per rimandare o annullare le decisioni. Il processo partecipativo è connaturato ad una città che programma il suo sviluppo, prende delle iniziative, produce decisioni.
Democrazia partecipativa non vuol dire dare l’assenso a decisioni già prese:
non intendiamo usare la partecipazione come strategia di marketing.Democrazia partecipativa non è una tecnica di governo neutra: la democrazia partecipativa è un processo finalizzato ad allargare la democrazia, sperimentare pratiche di democrazia diretta, diminuire la disuguaglianza fra i cittadini. La democrazia partecipativa non è una tecnica di governo, magari usata per far passare decisioni indigeste, ma una pratica di segno libertario che allude all’autogoverno dei cittadini.
Democrazia partecipativa non vuol dire che chi governa non si prende le sue responsabilità:anche se la pratica della partecipazione allude all’autogoverno dei cittadini, l’amministrazione cittadinaeletta è responsabile delle decisioni prese.
Democrazia partecipativa non è un modello bensì un processo: sono rilevabili a livello teorico, come a livello di prassi, numerosissime contraddizioni possibili e problemi aperti. Fatto sta che l’impellente necessità di “democratizzare la democrazia” esige la promozione di processi che siano in grado di aprire possibilità nuove di cui non sono dati gli esiti.

I processi partecipativi segnano una discontinuità forte nella prassi amministrativa: per questo non ci si può affidare né alla buona volontà né a generiche esortazioni. Occorre che la promozione di

Le associazioni rappresentano una risorsa importante per la democrazia, non solo in quanto fornitrici di servizi, ma in quanto luoghi di partecipazione alla vita pubblica e promotori di cultura e

La crisi urbana, evidenziata dalla crescente insofferenza verso le forme dell’odierno abitare e i pesanti impatti in termini di salute dell’attuale sviluppo urbano, costringe a rivedere i parametri e lepriorità dello sviluppo. In questo quadro, il punto dal quale muoversi dovrà essere quello del luogo, del contesto concreto dove le persone, le famiglie vivono.Pensiamo che riorganizzare con finalità ecologiche la città esistente significa, anche, romperne l’attuale monocentrismo, conferendo identità ai diversi quartieri urbani ed ai singoli rioni, valorizzandone le differenze, potenziandone l’autonomia economica e decisionale, decentrandoi servizi, fornendo spazi d’aggregazione, di produzione culturale e sociale capaci di dar vita a nuove centralità urbane.

Per questo il punto di partenza non può che essere il Municipio, come elemento costitutivo ed espressione di quella dimensione comunitaria che deve essere recuperata, promossa, valorizzata. Il Municipio visto come luogo e strumento di partecipazione democratica, riferimento prossimo per le dinamiche di giustizia, di coesione sociale, segno concreto della effettiva qualità della vita che la città sa offrire.Uno strumento per promuovere “tracce di comunità”, esperienze di autogestione e manutenzione dei legami sociali, della qualità del territorio e dei luoghi.
Questo vogliamo, questo ci muove, sappiamo che saremo tacciati di idealità troppo alta e ambiziosa o additati come utopisti, però siamo assolutamente convinti che Trieste non merita più il basso cabotaggio dei “sommergibili” che a filo d'acqua tutto controllano e tutto governano anche perchè i risultati di tutto questo sono sotto gli occhi di tutti.
Vogliamo altro, voliamo alto, non sarà facile però è questa la città in cui vogliamo vivere.