martedì 6 aprile 2010

Signora o signorina? Riflessioni su genere e linguaggio.

10 anni fa il termine "signorina " è decaduto per legge approvata dal parlamento da due senatrici, una democristiana e una comunista.In questa legge si abolì il termine signorina; anche una ragazza di 18anni doveva essere chiamata signora!!!! Il termine del gentil sesso divenne SIGNORA.
sono 20 anni che esiste questa legge.Io ne ho quasi 23. Eppure alle superiori quando insistevo che si rivolgessero a me chiamandomi "signora" e esortavo amiche o conoscenti a fare altrettanto, mi prendevano per una pazza e paranoica. Succede ancora oggi.
Non si tratta soltanto di un problema "legislativo", ma di una questione linguistica che ha le sue radici ahimè nella tradizione patriarcale, quando esisteva ancora la patria potestà (il termine viene usato erroneamente ancora oggi dalle segretarie nelle scuole, dove ho lavorato) e la subordinazione della moglie al marito. Tutto ciò, ricordo, è stato abolito dal Nuovo diritto di famiglia del 1975.

Ma passiamo alla pratica:
Donne e uomini ...
Hanno un attimo di esitazione, poi con un sorriso gentile ti chiedono quasi galanti “Signora o signorina ?”
E’ come se pensassero che chiamarti signora quando sei signorina sia un po’ indelicato, e chiamarti signorina quando sei signora sia invece un po’ troppo lusinghiero.
Si confondono, si impappinano, si perdono nel dettaglio. Uomini.
“Signorina” è dunque una parola ideologica perché introduce una distinzione tra due tipi di donne : quelle sposate e quelle non sposate, teoricamente “libere”, come le poltrone al cinema. Ma c’è un’ulteriore divisione : signorina è un complimento fino a una certa età ( 30/35 anni); dopo diventa pericolosamente sinonimo di zitella.
Insomma, da qualunque parte la si guardi, “signorina” è una parola scivolosa dalle molte accezioni, descrive una donna ma è senza dubbio parola maschile.
Un uomo, di contro, è sempre signore, sposato o no.




Riporto un'interessantissima riflessione:

“Signora o Signorina?” Riflessioni su genere e linguaggio.

di Elisa Arfini

“Una lingua è una mappa dei nostri fallimenti”
Adrienne Rich


“-Signora o signorina?-”
Capita di sentirsi rivolgere questa domanda o di averla fatta. La distinzione in Italiano tra signora e signorina è comunemente sfruttata dalla lingua, cosa che non avviene con il corrispettivo maschile. Nessuno si sognerebbe di chiamare “signorino” un uomo non sposato (anche se potrebbe essere una pratica politica divertente). Insomma la lingua ci ricorda che per una donna è più importante mostrare di essere o meno sposata.
Ogni linguaggio riflette la società presso la quale si è sviluppato ed è in uso.
Il linguaggio, la caratteristica dell’essere umano per eccellenza, non può essere separato dal suo unico modo di vivere, quello in società. Tuttavia il patrimonio semantico di una società non è semplicemente un’emanazione della realtà. Sicuramente il linguaggio descrive e riflette le nostre categorie sociali e epistemologiche, ma ha anche il potere attivo di rafforzarle e costruirle. Si tratta di una relazione dialettica a due sensi in cui da una parte il linguaggio interpreta e scopre la realtà, mentre dall’altro la costruisce e la consolida.
Quest’approccio costruttivista sostiene la normatività del linguaggio. Una volta riconosciuta l’importanza del linguaggio come fattore deterministico, come forza primaria della costruzione, oltre che della significazione della realtà, il passo successivo consiste nel ricercare in esso le conseguenze politiche.
La riflessione femminista ha prodotto una letteratura sconfinata sulle implicazioni teoriche e politiche connesse all’uso del linguaggio e della lingua. Questa riflessione molto articolata è il risultato di diverse prospettive disciplinari interpolate. Per questo motivo, la maggior parte dei lavori sfugge alla definizione di “filosofia del linguaggio”, avvalendosi di contributi provenienti dalla filosofia, dalla linguistica, dalla sociologia, dalla sociolinguistica.
Come la donna sia eliminata dal discorso emerge chiaramente dallo studio dei prototipi. In linguistica si definisce prototipo l’esempio più tipico, la descrizione mentale più comune di un concetto designato da un termine lessicale. Ad esempio per il termine “uccello” noi avremo una serie di tratti caratteristici che ne definiscono il prototipo. Solo con una certa fatica riusciamo a ricondurre alla categoria di uccello entità che si discostano dal prototipo. Quindi mentre non avremo difficoltà a pensare a un merlo se io dico “uccello”, sarà più difficile se io dico “struzzo”. Tutto ciò è riconducibile alla riflessione sui generi.
Ci sono parole che sembrano neutre rispetto al genere, come ad esempio i termini che definisco le professioni. Così, dicendo “medico” si dovrebbe lasciare non specificata la differenza di genere; ciò nondimeno è tristemente ovvio che il prototipo di medico sia quello di un medico uomo e che il medico donna sia il corrispettivo dello struzzo nell’esempio precedente. Tuttavia non si risolve del tutto il problema nemmeno dicendo “medico donna”: così facendo si rischia di rafforzare il pregiudizio perché si rimarca il fatto che medico è un falso neutro.
L’esempio però più lampante di falso neutro è quello della parola “uomo” che dovrebbe voler dire persona o maschio adulto. ”L’uomo è un animale sociale” non vuol dire che la donna sia un ornitorinco. Tuttavia uomo non è perfetto sinomino di persona, altrimenti si potrebbe dire indifferentemente *“Giovanna è un uomo intelligente” e “Giovanna è una persona intelligente”.
Analogamente, quando si vuole parlare in generale di un prototipo di persona (uomo o donna), questo è sempre un uomo. Se al telegiornale dicono “Il consumatore tipo del 2002 sarà più attento alle spese” si vuole intendere la totalità delle persone che spendono per acquistare beni. Non si ha lo stesso effetto se si dice “La consumatrice del 2002 sarà più attenta alle spese” didascalia che presumibilmente sarebbe accompagnata dall’immagine di una donna che comprerà meno rossetti rispetto all’anno passato.
Questi problemi scaturiscono da pratiche linguistiche inscritte nelle più basilari grammatiche. Da qui anche l’incertezza del trovare una soluzione. Si potrebbero inventare pronomi neutri rispetto al genere, certo. Ma una politica linguistica di questo genere andrebbe incontro ad immani difficoltà e non garantirebbe un risultato. Un suggerimento molto semplice da seguire sarebbe quello di preferire l’uso dei pronomi indefiniti. Ancora in questo senso, lo specificare ogni volta entrambi i pronomi o il prodursi in evoluzioni tipografiche come parentesi, sbarre e asterischi sono sforzi apprezzabili ma che si scontrano con la nostra difficoltà a decodificare tutto ciò che nel linguaggio non è d’uso comune.
Allora forse il primo passo si deve collocare a un livello discorsivo più profondo, più vicino all’azione del parlante sociale che alle grammatiche.
Se la donna vuole essere il soggetto del discorso si trova di fronte al problema di rimuovere la sua soggettività in favore di una supposta universalità e neutralità per acquisire l’autorità del parlante. Già Simone de Beauvoir scrisse: “Mi sono irritata talvolta, durante qualche discussione, nel sentirmi obbiettare dagli interlocutori maschili: “voi pensate la tal cosa perché siete una donna”; ma io sapevo che la mia sola difesa consisteva nel rispondere: “la penso perché è vera”, eliminando con ciò la mia soggettività, non era il caso di replicare: “e voi pensate il contrario perché siete un uomo”; perché è sottointeso che il fatto di essere un uomo non ha nulla di eccezionale.” (de Beauvoir 1999:15).
Questo perché la donna si discosta dalla normalità, dal prototipo del parlante che è, (sorpresa) un uomo. E dunque per acquistare autorità semantica dovrebbe eclissare il suo essere donna.
La risposta a questo problema potrebbe venire dall’esercizio di una soggettività situata, che non vuole perdersi in un universalismo essenzialista, ma raccontarsi nella sua peculiarità multilivellare, magari anche contraddittoria; perché non è solo una questione di genere, ma anche di razza, classe, età e così via. Una soggettività che, irrompendo nel discorso, trasformi le pratiche discorsive e l’autorità semantica in modo che esse non debbano più essere legittimate dalla neutralità ma piuttosto dalla soggettività stessa.

Le femministe francesi dicono che “mademoiselle” è un termine ideologico e maschilista e propongono “monsieuret” per l’uomo non sposato. Orribile!

Tempo fa si disse che ogni donna dopo i trent'anni avrebbe dovuto essere chiamata “signora” ma si sa, non è facile cambiare la lingua. Nonostante la moda del politicamente corretto si continua a dire cieco invece di non vedente e spazzino invece di operatore ecologico.

Piccolo suggerimento. Alla domanda “Signora o signorina?” voi rispondete decise “E lei, signore o signorino?” Forse la smetteranno con le domande cretine.

Nessun commento:

Posta un commento