giovedì 30 dicembre 2010

i silenzi che mettono a disagio...


"I silenzi che mettono a disagio... Perchè sentiamo la necessita' di chiaccherare di puttanate, per sentirci a nostro agio? E' solo allora che sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace."

martedì 28 dicembre 2010

Interview with Doris Lessing - Media Player at Nobelprize.org

Interview with Doris Lessing - Media Player at Nobelprize.org

In fact, only a minority of journalists are any good...

Periodicals Extract from an article by Doris Lessing
British Journalism Review - January 29, 1990.

In fact, only a minority of journalists are any good

It is not that I despise newspapers. I read two a day and the posh Sundays and subscribe to various weeklies. I am a compulsive newspaper reader. Some would say: a print absorber. I am of the generation which was somehow persuaded that not to know what is going on everywhere is irresponsible and must lead to worse. But surely there is something amiss when, meeting a friend after a profile of me appeared in a serious newspaper, he remarked how much he enjoyed it, while knowing that half the facts were wrong.
Hearing me protest this, he seemed embarrassed by my pedantry. "Well, it's all good for a laugh." Exactly. Profiles, interviews, news about the famous and the infamous are taken as entertainment, not as fact.
There are two main pressures that manipulate newspapers and we don't often examine them. One is what we may usefully call the Zeitgeist. Thirty, 40 years ago, would a serious newspaper have published yards of speculation about the sex life of T S Eliot, even if described as Literary Criticism?
Sylvia Plath is the alter ego for innumerable women who need to see themselves - at least part of the time - as helpless and brutally treated victims. Fifty years ago, how would Plath have been presented? Would women then have wanted to identify with her? I think not; we had robuster expectations for ourselves.
The other is that when a journalist writes a profile or an interview, the result is as much a portrait of him or of her.
One will want to know about your political experience, the next about "mysticism", a third about early life in Africa, another about your love life, assumed to be the same as whichever one of your heroines she is identifying with or, if a man, finds attractive. This "portrait" will be printed as a total picture.
"Did you actually say so and so?" I am often asked. The reply is nearly always, "I did not."
The fact is, with journalists as with every profession, only a minority are any good.. Most repeat what others say. This process can be observed in all kinds of context. An exciting bit of music is used to introduce a hundred programmes on television: or an opinion, a catchphrase, taken up, and used to death.
In my case there has been a sequence, thus: she writes about "the colour bar", then communism, then women's liberation, then mysticism; then came science fiction, social welfare and now we are back to politics. "She is of course a political writer."
The subtle censors are as important, usually part of the assumptions of the time. The best place to see these mechanisms working is abroad, when the British press can seem like a web of tacit agreements to exclude certain news.
When I was being a journalist on behalf of the Afghan refugees I learned more than was comfortable about unconscious censorship. Anything I wrote that contradicted our preferred idea of the Mujahideen as brutal and bloodstained fanatics, tended to be cut.
Not because an editor said, I'm not going to print something I don't agree with, but because, pressed for space and needing to cut something, this is what went. We do not know what our prejudices are. We are lucky if a friend from another culture considers it worthwhile to tell us what they are.
We have an inner truth governing our expectations. I would read a profile about a solid, not-much-in-the-public-eye person - civil servant, mayor, businessman - expecting 90 percent to be true. A piece about someone involved in scandal - perhaps 10 percent.
When we come to writers, difference ingredients enter the brew, not least because everyone is a writer, plans to become one, or wishes they were. Writers are seen glamorously. That is because, particularly since the proliferation of prizes, we attract, arbitrarily, spotlights.
Also because more and more we are expected to sell our books for our publishers. This involves becoming the opposite of a writer, private and mostly solitary, transforming oneself into a Personality. But that is a different, still unwritten article to be called "On Joining One's Publisher's Sales Department".

martedì 21 dicembre 2010

Buon Natale

Tempo di bilanci. Un bilancio magro il mio.
Tempo di conclusioni. Mai fare conclusioni. Le conclusioni non esistono.
Tempo di decisoni. Perugia o Trieste?
Tempo di riflessioni. Diamoci una calmata. Impariamo a riflettere quando serve  e a " tacconar" de più.


Buone feste a tutti.

lunedì 6 dicembre 2010

Elisabetta d'Erme incontra Il candidato alternativo

  Elisabetta d'Erme
Il candidato alternativo
«La bellezza è equilibrio, ricerca del senso condiviso, meraviglia dell'inatteso, cura quotidiana e collettiva del bene pubblico: è l'essenza della città e della sua utopia». Parole poco usuali per un programma politico, che danno però un'idea di cos'è Progetto Comune. A Trieste il centrosinistra va alle urne: domenica prossima si vota per scegliere il candidato sindaco. In lizza Roberto Corsolini (Partito democratico), Mario Andolina (Rifondazione) e Alessandro Metz, da sempre attivo come "politico di movimento". Progetto Comune si è messo in moto dall'atrio della stazione ferroviaria di Trieste.
«Abbiamo scelto un luogo anomalo, simbolo di emarginazione sociale, ritrovo di chi non ha una casa, dei pendolari lasciati a piedi da treni fantasma. Simbolo di un isolamento non solo nei trasporti, ma anche nella cultura e l'economia. Stazione che diventa ora luogo di una possibile partenza» spiega Metz che si candida come sindaco alternativo per rafforzare il centrosinistra triestino.

Cos'è Progetto Comune?
E' l'espressione di un bisogno di esserci per costruire una nuova forma di agire politico. Si sono messe in gioco persone con esperienze politiche, di vita, associative e culturali diverse fra loro. Gente che si riconosce in un programma per modificare radicalmente il vivere la città. Una situazione locale con caratteristiche proprie, ma con un'interesse e un profilo più ampio. Non è un caso se una personalità coem don Andrea Gallo da Genova verrà il 7 dicembre alla Casa delle Culture a Trieste insieme allo scrittore Pino Roveredo per sostenere il candidato di Progetto Comune. E il 6 dicembre al Knulp un amministratore come Gianfranco Bettin e il parlamentare sloveno Franco Juri verranno, da Venezia e Lubiana, per confrontarsi con noi sul ruolo di Trieste nel quadrante del Nord Est Europa.

Quali sono i punti chiave del vostro programma?
Tre parole "simbolo": mare-cultura-comune. Mare, che per Trieste è stato ponte per culture, popoli e religioni. Per due secoli hanno permesso alla nostra città di svilupparsi in maniera dinamica, cosmopolita e interculturale attorno al porto e ai commerci. Ma anche mare come ambiente. Cultura, declinata al plurale, ovvero saperi, recupero delle radici e apertura alle sperimentazioni che possono interagire con quanto ci sta inttorno. Comune, inteso come beni comuni, partecipazione. Municipio, che debba avere capacità di scelte e decisione sulle politiche sociali, sulle politiche partecipative, sull'innovazione delle forme di governo della città. Come processo, non modello. Un'idea di comune che va ricostruito e riconquistato quotidianamente.

Qual è la visione di Trieste?
A metà del Settecento, Maria Teresa d'Austria emanò tre editti che contemplavano libertà di culto, accoglienza e protezione degli stranieri e libertà di commercio legato all'attività portuale. Lo sviluppo della città fu interrotto dai conflitti mondiali, seguiti da 60 anni di nazionalismo identitario di destra. Oggi siamo a un bivio. Possiamo tornare a modificare il segno, il senso della storia. Trieste è una città che produce intelligenza, scambio, sperimentazione. Per ciò vogliamo che sia una città accogliente, che riconosca l'Altro come una ricchezza, un luogo in cui si possa ambire ad essere cittadini. Insomma, una città che sappia valorizzare i propri centri di alta professionalità legati alla scienza e agli studi. Una città di mare, di cultura, una città comune.

Di quali strumenti vi siete dotati per le primarie?
Dell'entusiasmo. Voglia di esserci, incidere, decidere, portare un contributo di varie esperienze, intelligenze, professionalità, saperi, che forse non ci sarebbero con questo entusiasmo se avessero come unico riferimento gli attuali partiti. Per favorire partecipazione usiamo tutti gli strumenti possibili dal web ai gruppi di lavoro. A breve si potrà accedere al portale www.progettocomunetrieste.eu, mentre è già attivo progettocomunetrieste@googlegroups.com. L'entusiasmo è contagioso, virale.

Che rapporti avete con Sel?
Fino a due anni fa ero iscritto ai Verdi. Oggi, come molti altri, penso che non si debbano ricostruire partitini. Mi interessa star dentro al meccanismo delle primarie, che punta a innovare. Così come sta lo sta portando avanti Nichi Vendola che - da una dimensione locale - ha avuto la capacità di innervare la politica con suggestioni e immaginario, nuove parole e linguaggi. E con l'entusiasmo che negli ultimi anni una sinistra diffusa e plurale aveva perso per strada.

Interessante inchiesta di Repubblica sulla scuola: il disagio va oltre il ddl Gelmini!!

Da La Repubblica;  lunedì, 6 dicembre 2010

L'INCHIESTA

I giovani si sentono senza futuro
ecco che cosa ha acceso la scintilla

La riforma Gelmini ha innescato il risentimento degli studenti. Contro una scuola e un'università che funzionano sempre peggio. Lo spiegano i dati Demos-Coop. Il disagio è profondo e generalizzato. E va ben oltre il ddl

di ILVO DIAMANTI
UN DISAGIO profondo e generalizzato. Che va ben oltre i contenuti della riforma Gelmini. Un disagio che riguarda lo stato del sistema scolastico, che appare in profondo e continuo degrado, da molto tempo. Ecco cosa c'è al fondo della protesta degli studenti. Il rinvio del voto al Senato, in attesa della fiducia (o della sfiducia) al governo, il prossimo 14 dicembre, non ha fermato la protesta contro la riforma dell'Università, firmata dal ministro Gelmini. In molte città, le occupazioni continuano. Nelle sedi universitarie ma anche nei licei e negli istituti superiori. Non intendiamo entrare nel merito della riforma, ma valutare il sentimento verso le politiche del governo, sull'università e sulla scuola. Parallelamente, ci interessa l'atteggiamento della popolazione nei confronti delle manifestazioni e delle polemiche che, da settimane, agitano il mondo studentesco. A questi argomenti è dedicato il sondaggio dell'Osservatorio sul Capitale Sociale di Demos-Coop, condotto nei giorni scorsi.

GUARDA LE TABELLE 1

I dati suggeriscono che, al fondo della protesta, vi sia un disagio profondo e generalizzato. Che va oltre, ben oltre i contenuti e i provvedimenti previsti dalla riforma Gelmini. Un disagio che riguarda lo stato del sistema scolastico nell'insieme, che appare in profondo e continuo degrado, da molto tempo.

Circa il 60% del campione, infatti, ritiene che negli ultimi dieci anni l'università italiana
sia peggiorata. Lo stesso giudizio viene espresso dal 70% (circa) riguardo alla "scuola" nel suo complesso. In entrambi i casi, meno del 20% della popolazione sostiene il contrario. Che, cioè, scuola e università negli anni 2000 sarebbero migliorate. Metà degli italiani, peraltro, ritiene che la riforma delineata dal ministro Gelmini peggiorerà ulteriormente la situazione, un terzo che la riqualificherà.

Naturalmente, i mali del sistema scolastico hanno radici profonde e una storia molto lunga. Quanto all'università, è appena il caso di rammentare che, dalla riforma avviata dal ministro Berlinguer, alla fine degli anni Novanta (quindi da un governo di centrosinistra), è stata sottoposta a un processo di mutamento continuo e non sempre coerente. Che ha prodotto una moltiplicazione dei corsi di laurea e delle sedi assolutamente incontrollata. È da allora che gli studenti - e, in diversa misura, anche gli insegnanti - hanno cominciato a mobilitarsi. Oggi, però, il disagio ha superato il limite di guardia. E la protesta si è riprodotta per contagio, un po' dovunque. Per ragioni che vanno oltre la riforma stessa, lo ripetiamo. Perché è diffusa e prevalente l'impressione che l'università e la scuola, nell'insieme, ma soprattutto quella pubblica, abbiano imboccato un declino senza fine e senza ritorno.

La fiducia nella scuola, negli ultimi dieci anni per questo, più che calata, è crollata: dal 69% al 53%. Sedici punti percentuali in meno. Un quarto dei consensi bruciato in un decennio. Per diverse cause e responsabilità, secondo i dati dell'Osservatorio Demos-Coop. Due su tutte: la mancanza di fondi e di investimenti (32%), lo scarso collegamento con il mondo del lavoro (22%).

In altri termini: la scuola e l'università non attirano risorse e non promuovono opportunità professionali. Anche i "baroni", secondo gli italiani, hanno le loro colpe. Ma in misura sicuramente più limitata (9%) rispetto a quanto vorrebbe la retorica del governo e del ministro. Peraltro, le responsabilità dei "baroni" appaiono ulteriormente ridotte, nel giudizio degli studenti e di coloro che hanno, in famiglia, uno o più studenti. Il che (lo dice un "barone", personalmente, senza quarti di nobiltà e con pochi poteri) appare fin troppo generoso.

Perché le colpe del corpo docente, all'Università, sono molte. Una fra tutte: non aver esercitato un controllo di qualità nel reclutamento. E nella valutazione dell'attività scientifica e didattica. Anzitutto della propria categoria. (Anche per queste ragioni, forse, oggi appaiono perlopiù silenziosi, di fronte alla riforma).

Ma ridurre il problema dell'Università - e della scuola - alla stigmatizzazione dei professori, oltre a essere ingeneroso verso coloro - e sono molti - che hanno continuato a operare con serietà e, spesso, con passione, risulta semplicistico e deviante. Basti considerare, semplicemente, le risorse pubbliche destinate all'Università e alla ricerca. Le più basse in Europa. Basti considerare che, a questo momento, mentre sta finendo il 2010, il governo non ha ancora stabilito (non si dice erogato) il finanziamento (FFO) alle Università del 2010. Non è un errore di battitura. Si tratta proprio dell'anno in corso, o meglio, tra poco: dell'anno scorso. Difficile, in queste condizioni, discutere seriamente della riforma universitaria.

A non crederci, per primi, sono gli italiani. Anche così si spiega il largo sostegno alla protesta contro la riforma Gelmini - maggioritario, nella popolazione. Espresso dal 55% degli italiani, ma dal 63%, tra coloro che hanno studenti in famiglia. E dal 69% fra gli studenti stessi. Il consenso alla protesta studentesca diventa, non a caso, quasi unanime in riferimento alla carenza di fondi alla ricerca (81%). Mentre è più circoscritto (per quanto maggioritario: 53%) riguardo alle occupazioni. È significativa, a questo proposito, la minore adesione che si osserva fra gli studenti universitari stessi. Attori della protesta, ne sono anche penalizzati. Vista la difficoltà di svolgere l'attività didattica e quindi di "studiare".

La riforma Gelmini, per queste ragioni, più che l'unico motivo della protesta giovanile, appare la miccia che ha acceso e fatto esplodere un risentimento profondo, che cova da tempo. Nelle famiglie, tra gli studenti, tra coloro che lavorano nella scuola e nell'università (in primo luogo, fra i ricercatori, categoria a esaurimento, secondo la riforma). "Risentimento" e non solo "sentimento", perché scuola e Università sono un crocevia essenziale per la vita delle persone. A cui le famiglie affidano la formazione e la "custodia" dei figli. Dove i giovani passano una parte della loro biografia sempre più lunga. Dove coltivano amicizie e relazioni. La scuola e l'università: che dovrebbero prefigurare il futuro professionale dei giovani. Non sono più in grado di svolgere questi compiti. Da tempo. E sempre meno. Abbandonate a se stesse. In particolare quelle pubbliche. Anche se solo una piccola quota di italiani vorrebbe privatizzarle maggiormente. (Come emerge dal XIII Rapporto su "Gli Italiani e lo Stato", di Demos-la Repubblica, sul prossimo numero del Venerdì). C'è questo ri-sentimento alla base della protesta e del dissenso profondo verso le politiche del governo nei confronti della scuola e dell'università.

Da ultimo: la riforma Gelmini. Non è un caso che i più reattivi non siano gli universitari, ma i liceali. Gli studenti che hanno meno di vent'anni e frequentano le superiori. Si sentono senza futuro. Una generazione sospesa. Precaria di professione. Professionisti della precarietà. Tanto più se nella scuola, nell'Università e nella ricerca si investe sempre meno. Questi studenti (secondo una recente ricerca dell'Istituto Cattaneo e della Fondazione Gramsci dell'Emilia Romagna) oggi appaiono spostati più a destra rispetto ai giovani degli anni Settanta. E, quindi, ai loro genitori. Ma, sicuramente, sono molto più incazzati di loro. A mio personale avviso, non senza qualche ragionevole ragione.
(06 dicembre 2010)

giovedì 2 dicembre 2010

la bellezza è appunti di programma... PROGETTO COMUNE

 
La bellezza è appunti di programma (di Alessandro Metz)
La bellezza è equilibrio, ricerca del senso condiviso, meraviglia dell’inatteso, cura quotidiana e collettiva del bene pubblico: la bellezza è l’essenza stessa della città e della sua meravigliosa utopia. “La città è stata soprattutto lavoro umano, cultura materiale, pratica quotidiana, di sapere acquisito e di sapere trasmesso, luogo di continua sperimentazione (e di differenti comportamenti) nel rispetto sempre degli interessi generali. Pur nella conflittualità, la città è stata un baluardo di etica e di estetica.

>Per trasformare la realtà non è sufficiente che una parte politica più o meno amica conquisti il “potere”, occorre che si trasformi la cultura, che s’invertano i rapporti di micro-potere per cui viene considerata prioritaria la salute rispetto alla “libertà” di spostamento in auto, la qualità dei rapporti rispetto al business, la cura dell’ambiente rispetto al consumo di merci.

D’altronde, l’attuale ceto politico non è atterrato da Marte (anche se ogni tanto sorge il sospetto…),

Ancor oggi politici e opinionisti discutono sugli assi dello sviluppo cittadino e nessuno discute del suo volto, dei suoi tratti: per interpretare la città si fa ricorso, giustamente, al linguaggio dell’economia, della sociologia, dell’urbanistica, dell’ecologia, finanche dell’etica (ma non troppo),ma tutti hanno scordato il linguaggio, in realtà fondamentale, dell’estetica.
Perché s’inverta la rotta, occorre formulare un progetto che sappia dialogare e prendere spunto dalle mille esperienze che in città cercano di comunicare un’altra idea del vivere, un progetto comune.

Dar corpo alla democrazia attraverso la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica della città. I cittadini devono essere nelle condizioni di poter, non solo dire la loro, ma incidere realmente nelle scelte attraverso strumenti adeguati. Agli abitanti deve andar riconosciuta la competenza propria di chi la città la abita e può, per questo, farsi portatore di istanze e idee importanti. Occorre attivare una cittadinanza consapevole ed attiva rispetto a questa competenza.

Identificazione dei caratteri forti, dei “temi generatori” che siano magneti di uno sviluppo della città che ne preservi, restauri e implementi la bellezza. Temi che caratterizzano la città e la sua storia e che vengano percepiti patrimonio comune dai cittadini. Pensiamo che, grazie all’identificazione
di questi “temi generatori”, si possano attivare energie: perché lo sviluppo della città non dovrebbe essere affare del Sindaco ma progetto condiviso, voluto, discusso e sorretto, ed anche contestato, da tutti. Per noi Mare, Cultura, Comune.

Lo sviluppo, non solo deve tener conto dei limiti dell’ambiente come vincoli da non recidere, ma identificare questi come cardini per costruire uno sviluppo che consideri l’ambiente stesso risorsa da custodire con cura, passione e conoscenza.
Occorre distribuire con criteri di giustizia la risorsa città, eliminando gli ostacoli per cui i cittadini possano partecipare alla vita pubblica, esercitare diritti, godere delle risorse, materiali ed umane, di cui è ricca la città.
Custodire, rielaborare e utilizzare elementi della storia e cultura proprie di questa città, non per farne corazza di una supposta “identità”, ma risorse che arricchiscono la comunicazione col mondo.

La cultura deve tornare ad essere il tratto distintivo della nostra città e il tema generatore delle sue politiche. Si badi bene: non stiamo parlando solo della cultura accademica, parliamo anche della conoscenza locale che si è nutrita del confronto con gli elementi naturali e con la storia della città

Trieste dovrebbe accogliere la sfida di umanizzare e democratizzare la scienza, rendendola tema didiscussione e farla incontrare con la conoscenza locale, rendendola meno ostica e inavvicinabile. Insomma trattarla come fattore sociale e come tale oggetto di feconda discussione.
Il Mare è l'elemento da cui nasce Trieste, è quello che ha portato culture e popoli, commercio e sviluppo, sogni e desideri spesso realizzati, da troppo tempo abbandonato e vilipeso.
Alcune azioni favoriscono la cultura, il dialogo, la parola, altre li ostacolanoBisogna favorire l’incontro tra le differenze, riscoprire le nostre radici e nello stesso tempo aprirci allo scambio, alla comunicazione e alle esperienze internazionali, facendo di Trieste una città cosmopolita e accogliente, come lo è stata molti, troppi, anni fa
Soprattutto in un area geografica come la nostra, non possiamo permettere che cadendo i confini per paura e provincialismo si costruiscano “muri” ancora più alti e difficili da abbattere.Ma, più in generale, una città della cultura vuol dire riattivare la comunicazione al suo interno, fra i suoi cittadini.

Facciamo riferimento alla “Carta di Atene della città sana” che proclama: “la salute non dovrebbe essere la preoccupazione esclusiva di un solo partito politico o di una sola disciplina professionale. Siamo consapevoli che la salute deve costituire un elemento fondamentale nei valori di base e nei programmi correnti delle nostre città. Faremo uso di queste conoscenze per realizzare strategie locali per la salute e per lo sviluppo sostenibile, riferite al ventunesimo secolo. Creeremo i presupposti per il cambiamento e impegneremo le nostre città in azioni specifiche per la salute attraverso il ruolo guida e l’empowerment; attraverso alleanze ed infrastrutture per il cambiamento; attraverso una pianificazione integrata rivolta alla salute e allo sviluppo sostenibile; attraverso le reti.
Ci impegniamo a fornire aiuto nell’assumere l’approccio della salute per tutti oltre le città, nelle zone rurali, nelle località periferiche, nelle province, nelle regioni ed ai vari livelli del governo sub-nazionale

Il concetto di salute che proponiamo, seguendo le indicazioni dell’OMS, non è “assenza di malattie”, così come la lotta per la salute non si riduce alle cure mediche: parliamo di una strategicomplessa, che riguarda consumi, produzione, stili di vita, accesso e equità nei servizi pubblici, partecipazione del cittadino nella definizione del livello di salute della comunità.
Una città che assuma la salute come tema generatore dello sviluppo si impegnerà a valutare preventivamente, insieme ai suoi cittadini, le ricadute in termini di salute di ogni decisione: oggi, di certo, non è così
Abbiamo sottolineato come uno dei processi principali che ha caratterizzato, in negativo, la città, sia stata l’esclusione dei cittadini dalla stessa “produzione di città”. L’affermarsi di forti centri di potere politico-economici ha fatto sì che le decisioni riguardanti lo sviluppo della città divenissero appannaggio di una ristretta cerchia di addetti ai lavori, o ancora peggio di famigliari.

A livello locale, inoltre, il ruolo delle amministrazioni è andato progressivamente modificandosi e facendosi più complesso di fronte alla crescita di responsabilità regolative (pensiamo al crescente ruolo dei Comuni nella definizione del welfare) e all’emergere di sempre nuovi e più complessi problemi ambientali, sociali ed economici. Inoltre è sempre più evidente come la legge elettorale dei Comuni abbia accentuato il potere dell’esecutivo, del Sindaco in particolar modo, senza individuare i necessari contrappesi democratici in grado di garantire sufficiente trasparenza e partecipazione.

Il nostro obiettivo, quello di determinare uno sviluppo urbano fondato sulla cultura e sulla salute, non può, dunque, prescindere dal tentativo di promuovere un forte radicamento e rafforzamento della democrazia a livello comunale. Occorre realizzare una strategia perché si rinnovinoradicalizzino e implementino forme di democrazia partecipativa, affinché il Comune divenga laboratorio di sperimentazione, luogo di rilancio della democrazia oltre la sua forma rappresentativa.

Si riduca la diseguaglianza tra i cittadini: i processi partecipativi possono rappresentare operazioni di ridislocazione del potere per cui il cittadino può far valere il suo punto di vista rispetto agli interessi, oggi dominanti e indiscutibili, di grandi lobby d'affari.
La crescente complessità rappresentata dai molteplici soggetti sociali e dagli interessi presenti nella società, trovi modo di essere rappresentata e di confrontarsi.

Esempio: nel decidere di progettare una piazza i punti di vista possono essere quelli: dei commercianti che vogliono un facile accesso ai negozi; degli automobilisti che voglio arrivare in auto fino all’edicola; dei residenti che non vogliono schiamazzi; della compagnia di ragazzi del quartiere che vuole la panchina dove tirar tardi a chiacchierare; dei bambini che vogliono lo spazio per giocare; delle mamme che vogliono poter controllare visivamente i propri figli.Attraverso un processo partecipativo si può ascoltare tutti, convincendo, ad esempio, l’automobilista che se fa due passi in più il bimbo gioca in santa pace e si costruisce una piazza più bella: e sicuramente più viva di Piazza Goldoni o Piazza Venezia!

La presa in considerazione di più punti di vista può portare ad un arricchimento delle proposte e a prevenire eventuali errori di progettazione>La partecipazione può rappresentare un processo formativo di ciascun cittadino alla cittadinanza attiva, alla presa in carico di responsabilità, al senso civico.
L’Amministrazione sia “costretta” ad argomentare e giustificare pienamente le sue scelte a fronte di un dibattito, esplicitando gli indirizzi di fondo e gli obiettivi strategici della sua azione
Democrazia partecipativa non vuol dire concertazione: la concertazione delle politiche, riservata ad un determinato numero di soggetti, è altra cosa. La democrazia partecipativa vuole aprire lo spettro delle soggettività partecipanti e non limitarle
Democrazia partecipativa non vuol dire assenza di conflitto: la partecipazione alle scelte non vuol dire “mettersi d’accordo” a tutti i costi, né fingere che, all’interno della città, non vi siano interessi contrapposti e conflittuali. L’obiettivo è, invece, proprio quello di far emergere una pluralità di voci e punti di vista, in alternativa alla realtà odierna, dominata da un punto di vista omologante.
Democrazia partecipativa non vuol dire discutere senza decidere: la partecipazione non è un alibi per rimandare o annullare le decisioni. Il processo partecipativo è connaturato ad una città che programma il suo sviluppo, prende delle iniziative, produce decisioni.
Democrazia partecipativa non vuol dire dare l’assenso a decisioni già prese:
non intendiamo usare la partecipazione come strategia di marketing.Democrazia partecipativa non è una tecnica di governo neutra: la democrazia partecipativa è un processo finalizzato ad allargare la democrazia, sperimentare pratiche di democrazia diretta, diminuire la disuguaglianza fra i cittadini. La democrazia partecipativa non è una tecnica di governo, magari usata per far passare decisioni indigeste, ma una pratica di segno libertario che allude all’autogoverno dei cittadini.
Democrazia partecipativa non vuol dire che chi governa non si prende le sue responsabilità:anche se la pratica della partecipazione allude all’autogoverno dei cittadini, l’amministrazione cittadinaeletta è responsabile delle decisioni prese.
Democrazia partecipativa non è un modello bensì un processo: sono rilevabili a livello teorico, come a livello di prassi, numerosissime contraddizioni possibili e problemi aperti. Fatto sta che l’impellente necessità di “democratizzare la democrazia” esige la promozione di processi che siano in grado di aprire possibilità nuove di cui non sono dati gli esiti.

I processi partecipativi segnano una discontinuità forte nella prassi amministrativa: per questo non ci si può affidare né alla buona volontà né a generiche esortazioni. Occorre che la promozione di

Le associazioni rappresentano una risorsa importante per la democrazia, non solo in quanto fornitrici di servizi, ma in quanto luoghi di partecipazione alla vita pubblica e promotori di cultura e

La crisi urbana, evidenziata dalla crescente insofferenza verso le forme dell’odierno abitare e i pesanti impatti in termini di salute dell’attuale sviluppo urbano, costringe a rivedere i parametri e lepriorità dello sviluppo. In questo quadro, il punto dal quale muoversi dovrà essere quello del luogo, del contesto concreto dove le persone, le famiglie vivono.Pensiamo che riorganizzare con finalità ecologiche la città esistente significa, anche, romperne l’attuale monocentrismo, conferendo identità ai diversi quartieri urbani ed ai singoli rioni, valorizzandone le differenze, potenziandone l’autonomia economica e decisionale, decentrandoi servizi, fornendo spazi d’aggregazione, di produzione culturale e sociale capaci di dar vita a nuove centralità urbane.

Per questo il punto di partenza non può che essere il Municipio, come elemento costitutivo ed espressione di quella dimensione comunitaria che deve essere recuperata, promossa, valorizzata. Il Municipio visto come luogo e strumento di partecipazione democratica, riferimento prossimo per le dinamiche di giustizia, di coesione sociale, segno concreto della effettiva qualità della vita che la città sa offrire.Uno strumento per promuovere “tracce di comunità”, esperienze di autogestione e manutenzione dei legami sociali, della qualità del territorio e dei luoghi.
Questo vogliamo, questo ci muove, sappiamo che saremo tacciati di idealità troppo alta e ambiziosa o additati come utopisti, però siamo assolutamente convinti che Trieste non merita più il basso cabotaggio dei “sommergibili” che a filo d'acqua tutto controllano e tutto governano anche perchè i risultati di tutto questo sono sotto gli occhi di tutti.
Vogliamo altro, voliamo alto, non sarà facile però è questa la città in cui vogliamo vivere.

lunedì 29 novembre 2010

Donne e politica...

Tratto da Repubblica:

"Le italiane", 15 ritratti di donne
l'altra faccia della storia patria

Ideato da Annamaria Barbato Ricci, il libro propone le biografie di figure femminili che hanno attraversato gli ultimi 150 anni del nostro Paese. I proventi saranno devoluti al Telefono rosa

di SILVANA MAZZOCCHI Curato da Telefono rosa e ideato da Annamaria Barbato Ricci è arrivato in libreria Le Italiane (Castelvecchi editore) contributo al femminile per i 150 anni dell'Unità d'Italia: quindici ritratti di donne che, nel tempo, hanno lasciato la loro impronta nei campi della politica, della cultura e delle scienze. ScrittI da autrici da sempre attente ai saperi delle donne tra cui Sandra Artom, Marta Aiò, Brunella Schisa, Danila Comastri Montanari, giornaliste come Laura Delli Colli e specialiste come Maria Rita Parsi. I proventi del libro, già un successo grazie al porta a porta messo in moto dalle lettrici, saranno devoluti al Telefono rosa, l'Associazione che da oltre vent'anni si dedica all'assistenza delle donne che subiscono ogni genere di soprusi e che, per Le Italiane, ha raccontato il capitolo dedicato alle 21 protagoniste della Costituente nel 1947. Iniziativa che cade in contemporanea con la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, fenomeno in costante aumento nel nostro Paese.

Ed è bello poter rivolgere lo sguardo al valore delle donne e a quelle figure che hanno attraversato la storia d'Itaia segnandone le tappe, e trovare, nella biografia di ognuna di loro, dettagli inediti e nuovi spunti di costruttiva riflessione. Un elenco necessariamente limitato nel numero di donne coraggiose, anticonformiste e determinate, in rappresentanza dei moltissimi talenti femminili di ieri e di oggi rimasti nel silenzio o mai abbastanza valorizzati.

La galleria parte da lontano: dalla vita straordinaria di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, nata nel 1808, giornalista, viaggiatrice e femminista della prima ora, oltre che paladina del progressismo e dell'unità nazionale. E prosegue, lungo i decenni, con le forti personalità di Matilde Serao, che a cavallo del Novecento creò e diresse periodici e quotidiani; Grazia Deledda, Premio Nobel per la letteratura nel 1927; Maria Montessori, la scienziata che mise il bambino al centro di una scuola nuova la cui validità non è mai tramontata. E con Tina Anselmi, Nilde Jotti, Rita Levi Montalcini. Fino ai nostri giorni con Sara Simeoni, stella dell'atletica, o con l'economista di fama Fiorella Kostoris.

Testimoni d'eccellenza che scandiscono un secolo e mezzo di emancipazione femminile, donne di straordinaria intelligenza e determinazione, certo eccezionali, ma che sono anche il simbolo dell'impegno costante e comune delle tantissime donne che, nel tempo, hanno percorso quel lungo cammino verso l'autonomia di genere non ancora completato. A testimonianza di una realtà che, oggi più di ieri, smentisce gli stereotipi correnti che vorrebbero le donne appiattite sulla loro immagine, piuttosto che sulla loro mente.
 
Annamaria Barbato Ricci, Le Italiane ha preso vita da una sua iniziativa, come le è venuta l'idea?

"Come per tanti libri, c'è una causa remota e ce n'è una prossima. Quella remota: un film di un insolito Dario Argento, dedicato alle 5 giornate di Milano, visto durante l'adolescenza. Il personaggio della cosiddetta "contessa", interpretato da Marilù Tolo, sembrava ispirato alla Principessa Cristina di Belgiojoso. Con la differenza che, mentre nella finzione la nobildonna incoraggiava i rivoltosi concedendo loro le sue grazie stile catena di montaggio, nella realtà la Belgiojoso appoggiò i rivoluzionari sacrificandosi in prima persona e rischiando vita e patrimonio. Il fatto all'epoca m'indignò e ho covato l'idea del riscatto per oltre 37 anni, notando, inoltre, che nei libri di storia, a cominciare da quelli scolastici, i nomi femminili sono assai rari. La causa prossima: le celebrazioni dei 150 anni. Le ho immaginate - come immancabilmente saranno - fitte di Padri della Patria, un'Italia nata per partenogenesi. Eh no, mi sono detta: diamo spazio all'eccellenza femminile di questo secolo e mezzo, sia sul versante dei personaggi scelti, sia al talento delle autrici, sia, ancora, alla capacità di sostenere le donne nei momenti drammatici della loro vita, espressa nel concreto, da 20 anni a questa parte, da Telefono Rosa. Quando l'editore diede il via libera alla mia idea, mi venne in mente questa  Associazione, perché da sempre ne ammiro l'attività a sostegno delle donne più sfortunate".

In 150 anni le donne hanno fatto un cammino straordinario, eppure moltissimo resta ancora da fare.
"Certo, 150 anni fa, chi studiava ambendo a qualcosa in più del ruolo di angelo del focolare era una mosca bianca. Per lo più, si trattava di figure femminili con solidi patrimoni alle spalle, e anche così occorreva lottare e farsi scudo contro le incomprensioni della società. Non pensiamo, però, che oggi la situazione sia migliorata più di tanto. Malgrado le donne abbiano fatto molta strada e siano brillanti a scuola e sul lavoro, rimane un illogico gap, basato su un arroccamento al maschile. La testa delle donne fa paura agli uomini, che, per difendersene, le incatenano all'estetica dei corpi".

Telefono Rosa si batte da molti anni contro la violenza sulle donne. Che cosa rappresenta questo libro?
"Non ho ruolo per farmi ambasciatrice del messaggio della dirigenza di Telefono rosa. So, però, cosa ho inteso fare io  e rispondo, pertanto, a titolo personale. Ho donato l'idea, ho curato la struttura dell'opera, e i rapporti  con la maggior parte delle autrici, innanzitutto per convincerle ad affrontare gratuitamente un lavoro impegnativo che ha richiesto, per ognuna di loro, una ricerca accurata e la capacità di essere originali rispetto alle biografie delle personalità scelte, tutte già edite. Insomma, le "povere" co-autrici hanno avuto il mio fiato sul collo per mesi, anche prima della data di consegna preventivata, e sono state generosissime nel sopportarmi. Il nostro libro fa emergere protagoniste straordinarie sempre "maltrattate" dalla storiografia ufficiale. Figure tradizionalmente emarginate o utilizzate come eccezione che conferma la generale regola della maschilità della scena sociale. In questo scenario era più che giusto che i diritti di autore andassero a soccorrere un'Associazione a supporto delle donne maltrattate nel corpo e nella psiche. Una folla dolorosa e senza nome di questa Italia ancora tristemente androcentrica, che ama escort, troniste ed esibizioniste di vario tipo, mentre rende invisibili  -  se non per la triste vetrina della cronaca nera - violenze sessuali, molestie e stalking".

Le Italiane
autrici varie
a cura di Telefono Rosa
Castelvecchi editore
pag 240, euro 16,50.

giovedì 25 novembre 2010

Olltre i tabù...

Non riesco a dormire. I vicini di casa hanno deciso di fare un bel pò di "attività di fisica". Soffro d'insonnia, ma sono talmente stanca che forse qualche oretta l'avrei pure passata nel bel mondo dei sogni. E invece i vicini stanno dando il meglio di se. Niente di strano.
Oggi però è giovedi 25 novembre, giornata iternazionale contro la violenza sulle donne. Ripenso alle donne che hanno permesso a me e alla mia generazione di essere relativamente libere e emancipate. Dico relativamente, perchè a mio avviso il lavoro verso la consapevolezza di noi stesse e del nostro corpo è ancora lungo. Molte però sono arrivate a un buon punto e hanno riscoperto delle potenzialità che la storia e la tradizione aveva loro negato per secoli.
...

Mi viene in mente Valerie Tasso, (di cui qui sopra l'attrice che l'ha interpretata nel film " Valerie: diario di una ninfomane" tratto dall'omonimo romanzo) una donna che ha deciso di dedicare la sua vita alla sessuologia, una donna che ha oltrepassato quei limiti che non tutte le donne sono disposte a superare...



"In realtà volevo conoscere i miei limiti. Cercavo una forma di profonda conoscenza di me stessa e anche degli uomini. L’esperienza mi ha aiutato a superare la fine del rapporto con Jaime, ho incontrato sul lavoro uomini di vari tipi, e ho conosciuto e apprezzato la loro vulnerabilità. Ci tengo a dire che quella di fare la prostituta è stata una mia scelta, libera, e quindi al contempo stavo anche lottando contro lo stigma e il giudizio morale che viene attribuito ad una donna quando è vista come troppo libera sessualmente."

E riguardo alla ninfomania: è una costruzione, se ci si pensa un attimo ci si accorge che non esiste un termine equivalente per un uomo. E in effetti il titolo stesso del mio libro, "Diario di una ninfomane" è ironico, è una provocazione, perché in realtà sto dicendo il contrario, sto negando il termine nel momento stesso in cui lo uso, sto cercando di comunicare il bisogno della donna di esprimere appieno, e senza censure morali, il suo desiderio.

Molto marketing, non c'è dubbio. Ma io i suoi libri li ho letti. Qualche fondo di verità in tutte le sue storie c'è. Valerie racconta in maniera lucida e chiara. Racconta di un mondo di perversioni che non siamo ancora pronti ad accettare, un mondo di perversioni che conosciamo perfettamente, ma  di cui abbiamo paura e che preferiamo negare...





martedì 16 novembre 2010

Crisi della scuola? Tagli dei fondi? Avviamo gli studenti allo studio individuale e non alla nozionistica.

Da quando ho incominciato a collaborare con Bora.la , mi rendo conto del potenziale che può avere un informazione partecipata. Inoltre sto rivalutando i triestini, un popolo presente e attento alla realtà che lo circonda, un popolo che riflette, un popolo che reagisce. 

Allo stesso tempo noto anche del vittimismo, innanzittuto da parte dei studenti e delle studentesse, i quali in questi giorni stanno gridando con forza che non lasceranno che la scuola italiana cada a pezzi. Innanzitutto di che "scuola" stiamo parlando? A che modello di "scuola" ci si riferisce?  Ci si riferisce alla scuola che con fatica è stata costruita nel dopoguerra, alla scuola che anche Mario Lodi e Don Lorenzo Milani ( e non dinentichiamoci della Montessori) hanno contribuito a costruire.
La scuola degli anni settanta e ottanta, dove ciò che veniva insegnato, serviva per un futuro impiego o per l'università. Una scuola così oggi non può sopravvivere.
 L'informazione è diventata accessibile a tutti e occorre pensare ad un nuovo modello di scuola. La scuola, così come l'avevano pensata e plasmata i nostri genitori, oggi deve rinnovarsi e deve veicolare non nozioni, ma le basi, grazie alle quali lo studente  potrà poi essere capace di fare un lavoro individuale e autonomo di approfondimento e ampliamento di queste basi. Insomma è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche, prendere un libro in mano e incominciare a fare da se. Come possiamo pretendere che nell'era di Internet gli insegnanti riescano a soddisfare tutte le esigenze della società contemporanea e del mondo del lavoro?
Come possiamo pretendere che un insegnante porti a termine tutto il programma di storia contemporanea o di letteratura italiana? Ricordo che in quinta liceo alcune mie compagne si lamentavano perchè il professore di storia non era riusciuto ad approfondire la storia degli ultimi anni. Nessuno di loro però aveva pensato di prendere in mano un manuale sulla Guerra Fredda o sulle guerre degli anni novanta per soddisfare la propria "curiosità".
Più che sulla nozionistica, cerchiamo di lavorare sull'autonomia dello studente. Ma queste, ovviamente, non sono parole mie. (infatti fa molto Montessori).
Per fare questo c'è bisogno di un ripensamento dei programmi scolastici, di un rinnovamento culturale, prima dei finanziamenti. I finanziamenti sono importanti e necessari. Ma il rinnovamento culturale e politico è la base, la garanzia che questi soldi siano spesi nel migliore dei modi.

Ciò nonostante non posso dire di non appoggiare le proteste di questi giorni, perchè dimostrano che i giovanissimi non sono così apatici, come molti credono.
Chi  in questi giorni difende la nostra scuola ha tutto il mio rispetto. Solamente prima di andare nelle piazze italiane a manifestare il diritto allo studio, proviamo a farci un esame di coscienza e capire che scuola vogliamo e se questa scuola sia adatta alle esigenze del nostro tempo.

lunedì 15 novembre 2010

l'essenziale è davvero invisibile agli occhi...

Prima di rimettermi al lavoro un caffè... l'ennesimo caffè di una giornata che si prospetta essere molto intensa.
Dopo un weekend passato a rincorrere il tempo, a cercare di capire se è vero che l'essenziale è invisibile agli occhi, mi appresto a incominciare una nuova settimana.

Oggi nessun sfogo, nessun doppio senso. Niente di niente. Di cose da scrivere ce ne sarebbero, ma never mind.

Oggi solo un piccolo regalo: piccole perle di saggezza! Prendete nota:

Friendship is always a sweet responsibility, never an opportunity.
Advance, and never halt, for advancing is perfection. Advance and do not fear the thorns in the path, for they draw only corrupt blood. All that spirits desire, spirits attain.
An eye for an eye, and the whole world would be blind.
If the other person injures you, you may forget the injury; but if you injure him you will always remember.

Keep me away from the wisdom which does not cry, the philosophy which does not laugh and the greatness which does not bow before children.
I wash my hands of those who imagine chattering to be knowledge, silence to be ignorance, and affection to be art.
And ever has it been known that love knows not its own depth until the hour of separation.
If you love somebody, let them go, for if they return, they were always yours. And if they don’t, they never were.

If you cannot work with love but only with distaste, it is better that you should leave your work.
If you reveal your secrets to the wind, you should not blame the wind for revealing them to the trees.
If your heart is a volcano, how shall you expect flowers to bloom?

Generosity is giving more than you can, and pride is taking less than you need.
Faith is a knowledge within the heart, beyond the reach of proof. Faith is an oasis in the heart which will never be reached by the caravan of thinking.
Doubt is a pain too lonely to know that faith is its twin brother.
Khalil Gibran ( January 6, 1883 – April 10, 1931) was a Lebanese artist, poet, and writer. 

lunedì 8 novembre 2010

Anche a Londra si manifesta...

Lo scorso sabato per puro caso mi sono trovata fra queste persone. manifestavano per i diritti degli immigrati.


Qui trovate più info

A Londra la maggior parte della forza lavoro nel settore terziario è composta da immigrati euopei e non, che molto spesso lavorano 50 ore a settimana per poco più di 5 sterline all'ora ( circa 7 euro).

Mercoledì è stata invece la volta dei trasporti, ovvero del servizio metropolitano. E stato indetto uno sciopero  che ha letteralmente paralizzato Londra con i suoi lavoratori, studenti e turisti.



giovedì 28 ottobre 2010

venerdì 15 ottobre 2010

Oltre ogni retorica... ecco la scuola così com'è...

Da Repubblica (quotidiano)

La scuola vista dall'interno
"per ripensarla e ricostruirla"

Un saggio di Girolamo De Michele fornisce notizie, analisi e suggerimenti per imboccare un percorso che superi gli slogan e uscire dalla grave crisi educativa che coinvolge anche l'istituzione scolastica

di SILVANA MAZZOCCHI Scuola, questa sconosciuta. Sembra incredibile che l'istituzione delegata a formare le generazioni future sia sostanzialmente un pianeta alieno alla conoscenza dei più. Il mondo della scuola scende in piazza 1 ma, al di là dei diretti interessati, in quanti, onestamente, saprebbero sintetizzare almeno per grandi linee la storia della scuola in Italia? E quanti sono davvero in grado di guardare oltre i luoghi comuni che descrivono l'innegabile crisi  del sistema, mentre si limitano a raccontare di insegnanti apatici, di studenti violenti, di alunni distratti o per niente aiutati da programmi statici, anticamera per studi universitari ad alto rischio di abbandono?

Si parla periodicamente di emergenza, di crisi della scuola, dell'esercito di docenti precari destinati a rimanere tali. Di necessità di ristabilire la meritocrazia. Ma quale? Per contrastare la situazione, quasi mai si azzardano ricette, se non quelle di facciata, sbandierate a giustificazione della riforma varata a senso unico, priva dell'apporto conoscitivo degli insegnanti e del contributo della loro esperienza.

A offrire finalmente un panorama completo del problema arriva ora La scuola è di tutti, un saggio di Girolamo De Michele (Minimum fax) scrittore e insegnante di liceo a Ferrara. Il libro supera gli slogan e fornisce notizie, analisi e metodi per imboccare un cammino positivo. Impegno che De Michele affronta, senza buonismi e senza fare sconti a nessuno, proponendo innanzi tutto un identikit di base della scuola e arricchendolo con un ritratto autentico, comprensivo di quel che accade sia al suo interno che all'esterno.

Racconta De Michele del lungo cammino percorso per diventare "insegnante per caso", pone l'accento sulle contraddizioni del sistema scolastico, ne delinea la storia fino ai nostri giorni, denuncia i passi indietro compiuti negli ultimi due anni, a partire dall'entità dei  fondi tagliati alla scuola pubblica.

La scuola è di tutti non è solo una carrellata statistica, è soprattutto un impietoso riconoscimento della grave crisi educativa globale che erode i valori politici e culturali e che rischia di rendere la scuola sempre più chiusa, più arida, più autoritaria. Un libro da non perdere: per saperne di più e per sostituire agli stereotipi un'analisi critica della scuola italiana. Per "ripensarla, costruirla, difenderla", a garanzia del nostro futuro.

Crisi della scuola o crisi educativa?
"Crisi educativa. La scuola non è un'isola a sé, ma è parte della società: di una società che sta attraversando una fase di cambiamenti radicali, dalle forme di ordini e poteri politici alla distribuzione degli esseri umani, dalle tecnologie comunicative all'economia. La prossima generazione si renderà conto di aver attraversato un momento a partire dal quale nulla poteva essere come prima. È assurdo pensare che le forme educative e didattiche che risalgono al tempo in cui si comunicava col telefono a disco e si andava a scuola per imparare le aste e i bastoncini possano rimanere, o ritornare, quando un bambino a cinque anni sa già leggere e scrivere, a otto sa usare il computer, a dodici ha un proprio blog. Così come è assurdo demandare la priorità educativa alla famiglia, caricando questa istituzione di una responsabilità troppo pesante, che non è in grado di sostenere: come se la famiglia fosse ancora quella tradizionale, e non assumesse una pluralità di forme  -  basta pensare alla famiglia allargata - per effetto della sua propria crisi. Questa crisi richiede nuovi modelli di educazione, ma soprattutto di relazioni e di interazioni tra la scuola, i diversi segmenti della società e le molteplici forme di relazioni che si attuano oggi".

Lei, fatti alla mano, difende gli insegnanti. Per tutto quello che non va nella scuola, c'è anche qualche responsabilità da parte loro?
"Partiamo da una considerazione di sistema. Agli insegnanti è stato proposto un patto infame: niente stipendio europeo, nessuna valorizzazione sociale del vostro lavoro, in cambio della possibilità di rispondere con una didattica del disimpegno, ripetendo sempre la stessa lezione classe dopo classe, anno dopo anno, e compensando il rancore verso altre figure sociali percepite come "più prestigiose" con l'incentivo a punire col voto in condotta. È un fatto - e credo di averlo documentato  -  che la maggior parte degli insegnanti ha rifiutato questo scambio, e lavora sempre di più in cambio di una retribuzione reale che continua a diminuire. Ma è innegabile che un ventre molle della scuola esiste ed è oggetto di attenzione e ammiccamenti da parte di chi vuole distruggere la scuola pubblica. Poi c'è la storica separazione del corpo insegnante dal resto del mondo del lavoro, determinatasi quando gli insegnanti facevano i crumiri mentre gli altri lavoratori scioperavano: ma oggi gli insegnanti stanno riscoprendo (o scoprendo per la prima volta) la dura necessità delle lotte per il mantenimento dei diritti propri e altrui, e sono, accanto agli operai metalmeccanici, tra i lavoratori più combattivi".

Tre priorità per avere una scuola davvero di tutti.
"In primo luogo, bloccare e azzerare i provvedimenti Gelmini-Tremonti, con ogni mezzo necessario: che sia il programma di un'opposizione o un referendum abrogativo, una risposta di piazza o uno sciopero generare, l'orologio della scuola va riportato al 2008. Senza compromessi e senza scambi politici, e la parola va ridata a chi nella scuola vive e lavora.

In secondo luogo, fondi e strutture: è impossibile fare una buona scuola con i salari più bassi d'Europa, con la precarietà di tanti colleghi, con edifici inadeguati non solo per una vera didattica, ma anche dal punto di vista della legge 626 sulla sicurezza. Ci vogliono tante scuole, scuole colorate e allegre, per citare il magistrato Gratteri, nelle quali i ragazzi possano imparare. Infine, una società che smetta di essere diseducante e si faccia carico del problema educativo. Ci vogliono, attorno alle scuole, autobus, corriere e treni per portare i ragazzi a scuola, biblioteche di quartiere, programmi televisivi che sostituiscano il gossip e il soft porno con la vita reale, che riprendano il ruolo educativo che fu del maestro Manzi e delle rassegne teatrali allestite da Camilleri, che spieghino le relazioni di causa ed effetto e spingano a pensare".

Girolamo De Michele
La scuola è di tutti
Minimum fax
Pag 338, euro 15
.
(08 ottobre 2010)

giovedì 14 ottobre 2010

Può darsi che sia soltanto puro e semplice "vittimismo femminile"

        Di nuovo. Un'altra volta. Nonostante tutti i passi avanti che ha fatto la legislazione italiana per quanto riguarda la violenza sulle donne (una legge ad hoc è stata approvata poco più di 10 anni fa), nonostante gli sforzi per semsibilizzare i cittadini sulla gravità e sulla specificità storico-culturale di questo reato, si continua. Si continua. Ci si chieden ancora se si tratta di qualcosa di premeditato o causato da un  momento di follia. Si continua a ipotizzare il fatto che forse la vittima abbia "provocato" la reazione del suo carnefice.  Certo, mi sto riferendo a Sarah, ma anche a tutte le altre vittime, alle quali i giornali dedicano le solite "colonnine", che nessuno o pochi leggeranno.
      Provate a sfogliare le pagine dei quotidiani locali e nazinali, tenendo a mente, meglio se ritagliando dalle pagine tutti gli articoli che riportano una qualsiasi violenza: credetemi, dopo un mese vi ritroverete con un bel mucchietto di "articoletti".Oppure, un opzione più immediata: il motore di ricerca Google, con l'opzione "mostra risultati dell'ultimo mese. Ecco davanti a voi ben 1520 voci. 1520 voci, tra cui l'ultima, la notizia di una donna di 32 anni, aggredita nella stazione della metrò. 
    No, non è la nostra società ad essere impazzita. Le violenze domestiche, ad esempio, sono state quasi sempre parte integrante della vita delle nostre avi. Certo, era lo stesso codice civile a permetterlo. La subordinazione della moglie al marito infatti faceva parte del contratto matrimoniale fino al 1975, anno in cui entrò in vigore il nuovo Codice della famiglia.  Ciò che oggi conosciamo come "vilenza domestica" è un fenomeno che non si è certo fermato grazie al nuovo codice. A dimostrarcelo ancora quei noiosi dati statistici, che spesso volontariamente evitiamo di consultare. Ogni anno il GOAP di Trieste riceve più di centinaia di denuncie da parte di donne che hanno subito una qualsiasi violenza da parte del partner, del marito o di un conoscente. 
    Sarah non è la sola e purtroppo, è inutile dirlo,  non sarà l'ultima.

giovedì 23 settembre 2010

Bozze... 1 (parte seconda)

Sì, parte seconda, perchè come al solito avevo lasciato il testo a metà... le cose hanno sempre una fine, o un inizio. Dunque... Cosa è successo realmente durante quella bicchierata di laurea?

Hey... mica hai perso il dono della parola? Alzo lo sguardo verso il resto della tavoltata e vedo che Agnese sta chiacchierando con il festeggiato e gli altri ragazzi. Daniele nel frattempo si era seduto accanto a me.

Che cosa gli posso dire. C'è bisogno di dire qualcosa? Solo adesso che mi rendo conto che non c'è più niente dire. Ciò che si dove va dire, è stato detto: quella sera di pochi mesi prima mentre mi accusava che avevo giocato con i suoi sentimenti, quella stessa sera che diceva che mi aveva già "perdonato" per tutto il male che gli avevo fatto.Come se fra di noi ci fosse stato qualcosa di chiaro e definito. Come se la nostra fosse stata un'amicizia limpida e alla luce del sole...

sabato 18 settembre 2010

bozze... 1

Una sera come tante altre. Un aperitivo con un'amica e un gruppo di ragazzi che ho appena conosciuto, eccezione fatta per Daniele.

Daniele... una persona con la quale condivido la passione per il teatro, la letteratura, la poesia... amico.
Leggeva con attenzione i miei racconti, aggiungendo degli appunti con la sua matita bianca. Puoi fare di più. Potresti scrivere ancora. Appena ci si immerge nella lettura, tu e la tua storia sparite ed é come se ti lasciassi un finale sempre aperto...
Leggevo, o meglio divoravo, le sue poesie davanti a una calda tazza di caffè in uno di quei locali vecchio stile, dove usavano incontrarsi i letterati del primo Novecento. Lui, di tanto in tanto, mi correggeva la dizione e le pause. Quei versi parlavano di sofferenza come l'unica via per sentirsi vivi. L'esistenza è troppo banale. Ogni parola sembrava essere alla ricerca dell'insolito e dell'ignoto. Non c'è niente nella tua poesia che alluda alla vita. O che ne so... al mare. Il mare è qualcosa a cui non potrei mai rinunciare. Gli dicevo. A quel punto mi raccontava delle sue estati passate al mare con la sua famiglia ancora unita e di come quei momenti non sarebbero più ritornati. Diceva di essersi dimenticato il rumore delle onde del mare o il suo profumo.






Siamo seduti al tavolino di un bar in una piazza, che si affaccia al mare triestino. Il mare al tramonto è splendido. Ma Daniele non sembra farci molto caso, impegnato com'è ad approfondire la conoscenza della mia compagna inseperabile di serate estive. Stiamo festeggiando la laurea di un suo amico. Me ne sto in silenzio ad osservarlo e mi chiedo, pur conoscendo la risposta, cosa ci abbia portato a comportarci come due estranei.










giovedì 16 settembre 2010

bozze

Quell'incidente cambiò ogni cosa.
L'amarezza che mi portavo avanti da mesi si era all'improviso trasformata in rabbia.
Un risveglio amaro quello.
Catapultata nella realtà delle cose, ora non mi restava altro che rimediare. Fare in modo che non succedesse mai più.

lunedì 6 settembre 2010

Una città di donne di uomini

Nuova Agenda Politica delle Donne: il documento dell'assemblea del 2 settembre Stampa E-mail
Scritto da Fernanda Minuz
lunedì 06 settembre 2010
Al Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne (S. Cristina, v. del Piombo 5), il 2 settembre si è svolta l'assemblea per formulare una Nuova Agenda Politica di Donne.

Con il documento "Una città di donne di uomini" dell'aprile di quest'anno l’Associazione “Orlando” propone alle donne della città un percorso partecipato aperto, inclusivo che conduca a una “Nuova agenda politica delle donne” per Bologna: “un percorso di cittadinanza attiva femminile che individui ... concreti interventi per la gestione dei beni comuni e l’amministrazione della città”.
Un’agenda, si chiarisce nella discussione in assemblea, che sia un programma politico delle donne per la città, con obiettivi specifici da realizzare, che configuri un progetto ampio di città.
All’assemblea hanno partecipato oltre 50 donne, singole, dell’associazionismo, dei sindacati, dei partiti, dell’università, media, lavoro e professioni; altre hanno inviato la loro adesione..

Il contesto
Al centro della proposta c’è la consapevolezza della forza e dell'autorevolezza femminile, e anche del molto che abbiamo costruito e dato alla città in idee, pratiche politiche, beni comuni, Tuttavia, se guardiamo allo stato dei rapporti di genere nel nostro paese ed anche nella nostra città, siamo molto lontane dall’eccellenza.
“Nuova” agenda politica delle donne: nel 2004 abbiamo lavorato ad un'agenda, attraverso un processo che ha coinvolto circa 600 donne e che ha prodotto un documento, contenente principi, criteri condivisi per una città per noi desiderabile. Molto è cambiato dal 2004 e oggi anche il processo sarà diverso.
Elementi di analisi del contesto e del mutamento sono stati discussi, insieme ad esigenze e visioni rispetto al fare nel presente.

La crisi economica ha colpito e colpisce donne e uomini nelle loro esistenze concrete, con particolare forza le donne, modificando e rendendo più aspri i rapporti sociali e le relazioni di genere.

Non solo la mancanza di lavoro, ma anche “la qualità del lavoro” e l’arbitrio nei rapporti economici: al sindacato sono segnalati casi impensabili di ricatti, giovani donne che lavorano come telefoniste 7 ore al giorno per 200 euro al mese.

La rappresentazione mediatica insiste in una costante umiliazione del corpo femminile come cifra della nuova cultura popolare.

Mi angoscia, perché non capisco come mai le donne italiane non sono tutte arrabbiate come sono io per la rappresentazione mediatica, ma attorno a questo tema c’è una differenza tra generazioni: donne più giovani interpretano la nostra indignazione come paura, invidia della bellezza.

Nella crisi molte delle nostre conquiste sono in pericolo, c’è la necessità di trasmettere quanto abbiamo sperimentato; dobbiamo evitare che ogni generazione parta da un ipotetico punto zero.

Nelle vicende che in molte, anche in incontri cittadini, abbiamo discusso sotto l’etichetta “sesso e potere”, ravvisiamo una riconfigurazione dello spazio pubblico e del rapporto tra spazio pubblico e spazio privato, marcato da asimmetria di potere tra i sessi. La stessa vicenda che ha portato alle dimissioni del sindaco Del Bono e al commissariamento della città, sono un caso di questa riconfigurazione.

Sempre più acuti sono la delusione per la politica e il senso di non essere rappresentate. “Senso di impotenza, inadeguatezza, rabbia” sono parole che hanno circolato nell’assemblea, ma anche l’esigenza di un nuovo spazio pubblico o politico, di non rinunciare ad agire il conflitto (cfr. sotto))

“Spaesamento”, mentre invece “sarebbero tempi di grandi radicalismi”.

Il vuoto. della politica ha svuotato anche noi, occorrono motivazioni e spinte: la qualità del lavoro, la qualità della politica.

Con José Saramago, poeta che amo, posso dire “ciò che ha guidato il mio percorso di vita è stata l’indignazione”: sono alla ricerca di un nuovo spazio politico che esca dal chiacchiericcio, diventi un luogo di ricerca, di idee e di indignazione.

E di denuncia: la forza delle donne sta anche nel coraggio della denuncia, in poche hanno denunciato ciò che è accaduto a Bologna.

Viviamo il disincanto del liberalismo e di fronte alla spettacolarizzazione, personalizzazione della politica, ma non possiamo restare sulla negatività : dobbiamo tornare a guardare alla città per il civismo che c’è - è tutto un pullulare di iniziative di ragazzi e ragazze- creare spazio pubblico per non restare su un’indignazione sterile.

É mutato il rapporto tra donne della città; è cresciuta la separazione, la frammentazione, anche se in questi anni non abbiamo mai cessato di agire insieme, a gruppi/reti di diversa ampiezza attorno a temi specifici, nella Rete delle donne di Bologna, nell'intervento politico, nella costruzione difesa dei beni comuni.
La difesa dei beni comuni che abbiamo costruito è il primo obiettivo di ogni programma politico. In questo momento “Armonie” rischia di perdere la sua sede, cosa che metterebbe a grave rischio una presenza e un’azione essenziale per tutte noi. É necessario subito mobilitarci: un’assemblea è indetta per martedì 7 settembre alle ore 18 nella sede di Via Emilia Levante 138

Il percorso di cittadinanza attiva femminile
“Orlando” ripropone un percorso partecipativo perché ritiene ancora importante, proprio alla luce della crisi della politica, esplorare e praticare nuove forme di democrazie che ci restituiscano sovranità.

Gli obiettivi che ci poniamo con questo processo si definiranno nel percorso. Di stabilito per ora c'è l'obiettivo di costruire un'agenda che è anche un programma politico. Gli esiti sono aperti, perché aperti sono i processi partecipativi, soprattutto se guardiamo alla probabile scadenza elettorale del marzo 2011.

Abbiamo acquistato tutte maggiore esperienza: ad esempio e senza pretesa di esaurire il campo, nel laboratorio di urbanistica partecipata della Bolognina Est (Orlando), nel percorso verso il Bilancio di genere del Comune di Bologna intrapreso dalla Rete delle donne di Bologna, nel ripensare gli spazi del Quartiere Savena, a partire dal parco, in prevenzione della violenza contro le donne (Armonie).
C’è stata la scommessa di autonomia praticata dalla lista civica “Altracittà” nelle elezioni del 2009.
Prima ancora, fino al 2004, nel Bar La Linea abbiamo sperimentato un confronto intenso e produttivo per una politica delle donne tra donne nelle istituzioni e fuori delle istituzioni, promosso dalle quattro parlamentari della sinistra.

I processi partecipativi sono complessi: quello a cui vorremmo dare il via con questa assemblea è un andare in campo aperto. Lo realizza una “formazione ibrida” tra co-protagoniste, molto diverse tra loro per storia personale e politica, per competenze e interessi, per la molteplicità delle appartenenze che ci attraversano; da questo può nascere invenzione e polifonia. Questa assemblea vuole iniziare uno spazio/tempo di interazione che consenta un reciproco apprendimento, di generare un percorso collettivo, di elaborare un quadro di valori condivisi tale da permetterci di affrontare poi le questioni di disaccordo in un clima di collaborazione di fondo e di fiducia reciproca.
I processi partecipativi hanno lo scopo di promuovere cittadinanza attiva ed incidere nelle scelte delle politiche urbane e locali, nel nostro caso nelle sorti di Bologna, coinvolgendo la città, le donne della città nel riflettere sul presente e sul futuro. Intende ascoltare le voci provenienti dall’insieme della società, soprattutto quelle che hanno minore potere, raccolgono e danno forma alla domanda sociale, non perdendo di vista la molteplicità dei percorsi e delle forme dell’espressione pubblica delle donne per renderli stabili, visibili e udibili.

Quanto alla metodologia, distinguiamo quattro fasi del percorso. 1) Ascoltare molte e diverse: abbiamo bisogno di conoscere, di mettere in discussione anche convinzioni e certezze. 2) Esplorare la città e i futuri desiderabili. 3) Proporre attorno ai temi individuati e condivisi. 4) Decidere su ciò che deve entrare in agenda e come realizzarla.
Sarà organizzato un breve corso di formazione per le facilitatici, per acquisire conoscenze teoriche e pratiche necessarie a svolgere tale funzione all’interno del processo.
Il gruppo promotore, o motrice, che andrà a costituirsi, ha la funzione di “pensare” e manutendere il processo e di garantire che si svolga con una genuina apertura e il pieno coinvolgimento di chiunque sia interessata.

Alcune partecipanti hanno dichiarato apertamente interesse o impegno nel processo, indicando punti di attenzione in relazione alla sua efficacia.

Le esperienze maturate ci hanno convinto che le forme partecipate possono aiutarci a superare, su punti programmatici definiti, opinioni diverse, anche conflittuali. Sono forme del confronto creative e capaci di innovazione.

Dobbiamo fare uno sforzo di elaborare delle proposte concrete, dei progetti rispetto ad alcuni punti critici; dobbiamo avviare un processo ampio: “oggi 600 donne non basterebbero”.

Ho voglia di provare delle chiavi diverse, di incontrare altre donne. Come possiamo rendere visibile questo percorso,“come parlare del processo in modo da essere belle da essere raccontate” anche alle donne più giovani che sono lontane da noi e ci guardano con sospetto?.

C’è in città un fermento, qualcosa che si muove nel profondo in reazione alla crisi cittadina. C’è bisogno che ci sia una voce di donna. Sarà positiva se saremo davvero presenti: in base a quello che sapremo fare alcune potrebbero decidere se ha senso votare o non votare.

Il processo è complesso occorre andare a fondo attraverso la nostra presenza politica più aperta possibile.

É un’idea fantastica, incontri come questi siano cadenzati, abbiamo bisogno di conoscerci e familiarizzare.

Sono state poste alcune questioni in merito al rapporto tra processo partecipativo e costruzione di un programma politico, iniziativa politica delle donne, rapporto con le forze politiche e la scadenza elettorale.

Nel 2004 presentammo l’agenda, frutto di un lavoro entusiasta e impegnativo, ai candidati sindaco, ma poi non è stata realizzata, non abbiamo nulla. Oggi da questo lavoro “deve uscire una soggettività politica delle donne, che si garantisca di realizzare i propri obiettivi, anche attraverso il conflitto”. Attorno alla costruzione del programma: abbiamo maturato in molte tantissime competenze, su parti importanti di un programma, come ad esempio il welfare, che di fatto sono già scritte.

Una soggettività politica conflittuale.

Al pensiero si coniughi l’azione e si tenga tenere conto dell’urgenza: non arrivare alla formulazione del programma quando i giochi sono fatti.

Un programma da pensare e da portare a chi?

Occorre cambiare il timone di questa città, sapendo che la gente non si riconosce più nell’assetto di governo.

La presa del potere istituzionale è un argomento di cui dovremo discutere, perché non siamo disponibili a consegnare il programma e noi stesse a partiti dominati da uomini: “tutti a casa”.

Non mi fido più dei partiti.

Il processo che portò alla costruzione dell’agenda del 2004 portò anche all’emergere del desiderio di alcune di mettersi in gioco nella sfera istituzionale, proponendo la propria candidatura nelle elezioni. Anche questa volta “mi piacerebbe emergessero scelte in forma di desiderio.

ll processo partecipato non esclude altre e diverse modalità della politica, da attivare in parallelo, da subito quella per la difesa di “Armonie”. “Armonie ci dica quando incontrarci per agire insieme.

Dal processo dovrebbe emergere un nuovo rapporto positivo tra donne dentro e fuori le istituzioni, ora inesistente.

Mi piacerebbe sentire meno rinuncia su questo tema. È vero che è difficile per le donne fuori delle istituzioni rapportarsi con le donne dentro alle istituzioni ma è vero anche il contrario: occorre un nuovo patto fondativo tra le donne.

Non mi fido più dei patti.

Fare cittadinanza attiva comporta rivedere un paradigma politico: oltre ai governi, le amministrazioni, i partiti c’è la cittadinanza; in termini formali il comma 4, art. 118 del Titolo V della Costituzione impone a chi governa di sostenerci nelle nostre scelte di cittadinanza attiva. Stiamo pensando è un programma costruito insieme a molte donne, cosa diversa dall’elaborare/avere un programma sul quale chiedere l’adesione. Quello della sua realizzazione è un tema importante: quando l’artista inglese David Tremmlet visitò l’ex-Convento di Santa Cristina si propose per dipingere i soffitti di tre stanze: della visione, della progettazione, della realizzazione. Questa è una metafora potente per il processo che stiamo avviando. Occorre un’idea di città, di società. Molte abitano Bologna come una città spenta Ci interessa che la città torni a essere viva, vivibile, creativa, “nostra”? Tante città si rilanciate nello sconvolgimento indotto da processi di trasformazione locali o globali (Glasgow, Lille, Barcellona o Berlino). Alcune con grandi opere, come Bilbao con il suo Guggenheim; altre fatto con processi ampli di attivazione di energie civiche e inventive, come Denver o Lille. Ci interessano questi ultimi tipi di processi nei quali immettere un punto di vista di donne. Energie vi sono, spesso nuove giovani. Esplorare, imparare, conoscere sono quindi necessari. Per questo un processo partecipativo di donne, non per esaurire la politica delle donne.


I passi successivi

Nell’assemblea sono stati raccolti gli indirizzi e la disponibilità a partecipare alla realizzazione del percorso o a specifiche attività.
Verranno al più presto convocate quelle che si sono dichiarate disponibili a partecipare alla realizzazione del percorso, che con l’assemblea di oggi vuole cessare di essere proposta di “Orlando” per divenire proposta di tutte coloro che vogliono prendevi parte.

Fernanda Minuz

martedì 31 agosto 2010

E ci risiamo... stupri di massa

Lo sapevate che il reato di stupro è stato riconosciuto per la prima volta dopo le guerra nella ex-Jugoslaviija?
Come se di stupri di massa nelle guerre non ci fosse mai stata traccia (anche se un audace Alberto Moravia aveva toccato l'argomento nelle pagine della Cociara).

Gli stupri di massa nelle guerre sono all'ordine del giorno. Lo sappiamo.

... Una cosa è saperlo. Altro è leggere cose di questo genere...

Tratto da Il corriere della sera


stupro di massa a Luvungi, VILLAGGIO NELL'AREA ricca di minerali


Lo stupro di massa è stato spaventoso: 384 donne violentate in quattro giorni da bande di miliziani che hanno saccheggiato e devastato Luvungi, un villaggio nell’est della Repubblica Democratica del Congo, sulla strada che da Walikale porta a Kisangani (la vecchia Stanleyville). «Lo spettacolo che ci siamo trovati davanti è stato terribile. Le donne, violentate e bastonate davanti ai loro bambini e ai mariti, erano terrorizzate; piangevano a dirotto, quasi non badavano alle loro ferite. Alcune durante lo stupro sono state morsicate, altre selvaggiamente picchiate». Giorgio Trombatore è stato il primo a entrare a Luvungi. Sono stati quattro giorni di violenza cieca. Il villaggio è stato messo a sacco da mezzo migliaio di miliziani, che secondo l’ONU appartengono ai ribelli hutu ruandesi e ai gruppi di guerrieri tradizionali mai-mai (che vuol dire “acqua-acqua”, perché nella loro superstizione credono che i proiettili al contatto con la loro pelle si liquefacciano) .

MOLTE VITTIME FUGGITE NELLA GIUNGLA - Le donne sono state stuprate tre, quattro, dieci volte da uomini diversi. Più che uomini bisognerebbe chiamarli animali. «Finora ne abbiamo curate
Una donna mostra una ferita a un braccio
Una donna mostra una ferita a un braccio
384 - racconta Giorgio Trombatore che è capomissione e incaricato della sicurezza dell’organizzazione non governativa americana IMC (International Medical Corp) – ma continuano ad arrivare. Parecchie atterrite dalla violenza sono fuggite nella giungla e hanno paura a tornare per farsi curare ». Le canaglie hanno però fatto attenzione a una cosa: non hanno ammazzato nessuno, e non hanno distrutto niente. Hanno solo stuprato e razziato con una meticolosa crudeltà . In casi come questi normalmente i villaggi vengono distrutti e dati alle fiamme. L’impresa di inizio agosto appare invece più come un’azione mafiosa per terrorizzare gli abitanti del villaggio e costringerli all’obbedienza a qualche capo milizia locale. La zona è molto ricca di minerali e questa azione criminale potrebbe essere una rappresaglia, una vendetta nella guerra per il controllo delle risorse. Il raid degli stupratori è cominciato il 30 luglio ed è durato fino al 3 agosto.

RITARDO NEI SOCCORSI - Ma solo il 12 agosto le truppe della MONUSCO (la Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione del Congo), che pure hanno una base a 15 chilometri dal centro degli stupri, sono arrivate a Luvungi dove hanno trovato la disperazione, avvisate dall’IMC e da Giorgio Trombatore, che era già al lavoro per soccorre quanta più gente possibile. «Ci hanno avvertito il 12 agosto e il giorno successivo abbiamo inviato un gruppo di soldati per proteggere il villaggio e per aprire un’inchiesta. Eppure noi pattugliamo in continuazione quell’area. Nessuno dei civili che abbiamo incontrato in quei giorni o le autorità che abbiamo visto ci hanno detto nulla», si è scusato Madnodje Mounoubaye, portavoce della MONUSCO a Kinshasa. Ma è stato smentito subito dopo dalla portavoce di IMC, Margaret Aguirre secondo cui il coordinatore locale dell’organizzazione, Willie Cragin, già il 6 agosto aveva informato degli stupri a tappeto l’Ocha, l’ufficio dell’Onu che coordina gli affari umanitari. Riferisce Giorgio Trombatore: «Due o trecento uomini sono entrati nel villaggio. Hanno agito con un sangue freddo agghiacciante. Hanno tranquillizzato la popolazione, quasi fossero vecchi amici, raccontando che cercavano solo del cibo e volevano riposarsi, convincendola a non fuggire. Hanno così raccolto la fiducia della gente. Poche ore dopo, di notte e di soppiatto, è arrivato un altro gruppo di miliziani armati fino ai denti e a quel punto gli intrusi hanno cominciato a seviziare la gente e stuprare le donne. Ad alcune sono stati strappati i neonati dal seno immediatamente prima della violenza. In questi casi molte delle mogli vengono ripudiate dai mariti e quelle non sposate non trovano nessuno che le voglia. Noi quindi stiamo lavorando non solo per curare queste poverette ma anche per cercare di ricomporre le famiglie distrutte». La marmaglia di lanzichenecchi ha, tra l’altro, sistematicamente saccheggiato Luvungi e altri 16 piccoli villaggi intorno, poi è fuggita.

CONDANNA DI BAN KI-MOON E DELLA CLINTON - Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha condannato l’attacco definendolo “oltraggioso” e ha immediatamente inviato sul posto Atul Khare, suo assistente per le operazioni di peacekeeping, e Margot Wallstrom, suo rappresentante speciale per le violenze sessuali. Indignata anche Hillary Clinton, Segretario di Stato americano: «Gli Stati Uniti faranno di tutto per impedire che si ripetano episodi del genere. Si deve assolutamente creare un ambiente sicuro per le donne e tutti civili che vivono nelle province orientali del Congo». La rivista Fund for Peace and Foreign Policy ha classificato la RDC tra i cinque Paesi del mondo dove lo Stato è praticamente inesistente.

Massimo A. Alberizzi
30 agosto 2010

Siamo agli sgoccioli

Siamo agli sgoccioli di una svolta. Ciò che biosgna fare è stringere i denti ancora per qualche mese. Darci dentro per quanto possibile e poi iniziare un nuovo percorso di studi, quello che mi porterà alla tanto sperata abilitazione all'ìnsegamento dell'italiano come l2.

Giusto un anno fa accadevano cose incredibili nella mia vita. Non ho ricordo di un periodo così adrenalico come quello, credo. Oggi ho la fortuna di essere serena e equilibrata. L'equilibrio è importante. Stare a galla a volte richiede grandi sforzi, ma alla fine ne vale la pena. Ora lo so.

martedì 10 agosto 2010

Vcasih ena sama poezija lahko marsikaj pove...

Vcasih ena sama poezija lahko marsikaj pove...


V VETRU SE ZIBLJE (S.Kosovel)

V vetru se ziblje moje življenje
kakor na latnikih listje.
V svetlem viharnem
Jesenskem vetru.



In kakor val na obrežje
Se cuje v viharju klavir.
Temni oblaki
V vetru hitijo.



V mojem srcu je crno zrcalo.
Kakor pogledam se vanj,
Moj obraz zatemni,
Pekoc, razbolen,
Kakor ga samo jaz
V samotnih urah poznam.
V vetru se ziblje moje življenje,
V jesenskem viharnem
Vetru, ki gre preko polj.

mercoledì 30 giugno 2010

Che bello! Siamo su Repubblica

OCIAL NETWORK

Donne Pensanti 2.0
è 'resistenza attiva'

Il femminismo ai tempi della Rete. Online il progetto che dà spazio a dibattiti, proposte e azioni concrete per combattere gli stereotipi femminili. Dai reality alla pubblicità svilente

di GAIA SCORZA BARCELLONA

PENSANO quindi sono. Il femminile plurale è d'obbligo per capire cos'è "Donne Pensanti". Si tratta di una community nata in Rete, quindi per definizione aperta a tutti, nonostante si presenti da subito con un obiettivo per nulla qualunquista: "Siamo persone che non accettano più in silenzio quello che sta succedendo nel nostro Paese nei confronti delle donne". Benvenuti su www.donnepensanti.net 1, progetto che vede le donne (e non solo) ritagliarsi un nuovo spazio per riflettere, discutere e soprattutto agire. A metà tra il blog e il social network - con grafica essenziale e post frequenti - il sito invita a postare per proporre, insomma a intervenire per reagire alla "degenerazione antropologica" che vede la donna soccombere in silenzio ai modelli di una società dalle Pari Opportunità spesso solo apparenti.

Smontare e ricostruire. E' questa la vera sfida del social network con base a Bologna, che conta quasi 800 iscritti (4200 su Facebook) e prevede la nascita di circoli territoriali in tutta Italia. L'idea è nata per "proporre alternative al modello univoco di femminile che ha la meglio oggi in Italia, ragionare, smontare e sviluppare anticorpi circa gli stereotipi umani che condizionano le nostre scelte personali e collettive". A spiegarlo è Francesca Sanzo (nickname Panzallaria), che ha dato vita al progetto insieme al suo compagno, programmatore esperto, Stefano Caselli e alla ricercatrice universitaria Silvia Cavalieri.

"DP è nato a maggio 2009 - racconta Francesca - in concomitanza con il gossip politico (D'Addario, candidature delle veline, eccetera) che riguardava il premier, come reazione al silenzio assordante circa lo svilimento delle donne da parte di politica, media e donne stesse (a volte), come se l'unica scelta possibile, l'unico modello proposto fosse quello della donna che usa il proprio corpo, la propria bellezza, per arrivare al successo".

Non solo chiacchiere. Gli obiettivi, spiegati punto per punto sul sito, sono chiari: per contrastare l'omologazione femminile servono anche azioni concrete. E il caso di Massa Carrara 2 ne è l'esempio lampante. La discutibile pubblicità scelta recentemente dall'Apt per promuovere le bellezze "turistiche" del luogo con un fondoschiena femminile non è sfuggito alle 'donne pensanti' che, armate di buona volontà, hanno denunciato il fatto inviando una lettera al Comune responsabile della campagna. Tutti i mezzi di comunicazione, a cominciare dal "mail bombing", sono utili per chiedere anche alle istituzioni di intervenire.

La comunicazione è spesso il nemico, ma anche lo strumento di lotta. Lo dimostra uno degli interventi più recenti che ha visto scendere in campo le 'donne pensanti' contro la penna di Massimo Fini, giornalista accusato di avere firmato per il Il fatto quotidiano una serie di articoli "che semplificano enormemente la questione di genere e alimentano una visione stereotipata – e misogina – della donna". Una lettera aperta pubblicata on line chiede al direttore del giornale, Antonio Padellaro, e a Marco Travaglio di riflettere e ritrovare la coerenza di un'impostazion 'libera' che aggiusti il tiro, perché "riportare le donne al centro del dibattito politico è una questione determinante per la costruzione di una società democratica aperta ed equilibrata".

Una causa sposata soprattutto dalle donne. E' quella combattuta dal sito che vede però anche una discreta partecipazione maschile. L’utente medio è donna, tra i 30 e 40 anni, laureata e con esperienze professionali e personali varie, ma la community combatte anche contro gli stereotipi maschili.

Mass media e pubblicità al setaccio. Il network delle donne pensanti invita a guardare al di là delle apparenze e della superficie, perché spesso dietro un messaggio scontato e apparentemente innocuo ce n'è uno subdolo ma assai più nocivo. Per convincersi basta cliccare alla voce "Uso del corpo": lì la cartellonistica stradale si racconta da sola.

(29 giugno 2010)

giovedì 17 giugno 2010

forse un inizio

é passato quasi un mese da quell' "incidente". Da quel giorno qualcosa si è mosso. Nonostante non fossi  la persona direttamente coinvolta, in un certo senso mi seno compartecipe. Ero stata presente sin dall'inizio, lasciandomi trasportare e cercando emoziono forti e alla fine mi sono ritrovata più svuotata che mai.
Oggi sono alzata in piedi e ho camminato da sola.sto attraversando un sentiero pieno di belli e brutti ricordi. Chissà dove mi porterà...

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venerdì 28 maggio 2010

No alle quote rosa, sì al 50%. Le donne non chiedono tutele, ma condivisione dei diritti”

“ Bisogna agire. La legge elettorale regionale non si tocca, se non per migliorarla, il che significa lavorare per un riequilibrio della rappresentanza” Ad affermarlo è la presidente regionale delle pari opportunità Santina Zannier.

Conferma dell’attuale legge elettorale regionale assieme all’introduzione della doppia preferenza di genere e contrarietà all’abolizione del limite dei mandati per consiglieri e assessori regionali. Queste sono le proposte avanzate e delle quali si è discusso nel corso della conferenza stampa svoltasi l’altra mattina in Consiglio regionale. La conferenza è stata organizzata dalla Commissione pari opportunità, per rimarcare la propria contrarietà alle proposte di modifica alla legge elettorale regionale che, se approvate, potrebbero vanificare quanto già previsto dalla normativa attualmente in vigore circa la rappresentanza femminile nella vita politica della nostra regione. Presenti molte rappresentanti di altre Commissioni pari opportunità e di movimenti e associazioni femminili, un solo uomo e poche giovani donne.

Ma cosa si intende per “doppia preferenza”? La doppia preferenza di genere è stata proposta dalla Regione Campania. “Si tratta di un’opportunità in più per il cittadino, perchè si può dare la preferenza a un solo candidato, ma se la preferenza va a due, dev’essere per un uomo e per una donna. Con questo sistema la Campania è passata da una a quattordici donne elette nel suo consiglio regionale.”

Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia, afferma la Piergiorgi, i numeri parlano chiaro: “Se con la legge precedente le consigliere regionali erano 7, adesso ce ne sono solo 3, il che vuol dire che l’attuale legge elettorale (LR 17/2007) evidentemente non è una legge perfetta e con le modifiche proposte può solo peggiorare.”

La vita politica è strettamente collegata con la vita privata. Durante la conferenza stampa si è ribadito il fatto che spesso i tempi della politica non coincidono con i tempi della famiglia. Molti consigli regionali incominciano alle nove di sera e si concludono alle tre di notte; di fatto un orario proibitivo specialmente per le giovani donne e per le madri. Ma la carriera politica delle donne risulta difficile già dall’inizio: molti partiti infatti non sostengono economicamente le donne che vogliono candidarsi. Dunque spesso le donne decidono di non candidarsi non per mancanza di interesse, ma a causa di un badget economico insufficiente per coprire le spese della candidatura.

Come risolvere il problema della rappresentanza? Si tratta di un problema di natura politica, ma specialmente di natura culturale. “Parlare di quote rosa – è stato sottolineato – è inadeguato e riduttivo. Le donne non chiedono di essere tutelate, ma chiedono la condivisione dei diritti, in quanto vogliono contribuire allo sviluppo del paese con la loro competenza e con la loro passione. Solo così potremmo parlare di una democrazia compiuta, dove tutti i cittadini sono davvero rappresentati”.

Dunque perchè non parlare del 50% di rappresentanza politica femminile e del 50% di rappresentanza politica maschile? Si è ricordato che nel 2007 a Trieste era stata avanzata la proposta che ogni lista circoscrizionale rispecchiasse la rappresentanza di genere femminile avente diritto al voto, ossia il 51,6% nella città in questione.

Per quanto riguarda la legge elettorale regionale in vigore non c’è nulla da togliere, semmai va implementata, migliorata con l’introduzione di quanto proposto. Un’articolata memoria è stata già consegnata alla V Commissione e – ha concluso la Zannier – con il sostegno di tutte le donne, senza distinzione di appartenenza partitica, chiediamo un pronunciamento obiettivo.

venerdì 28 maggio 2010